Mi chiamo: Marika
Scrivo su questo blog dal: 2009-05-04 14:46:21
Su di me ti dico che: Sono una ragazza di 29 anni, vivo a Palermo con mio marito Vincenzo e fra poco diventeremo i genitori di Matteo, alias Pollicino. Dopo gli studi umanistici alla facoltà di lettere e filosofia, indirizzo lingue e culture moderne, ho deciso che la mia strada fosse la musica ed ho abbandonato tutto il resto per dedicarmi al sacro fuoco dell'arte... Canto sia per diletto che per lavoro, amo cucinare, scrivere e disegnare. Bè, qualcuno penserà che sono una sognatrice e che la vita concreta pretenda altro da me. Chissà, forse questo qualcuno ha ragione o forse no. Per rappresentarmi vi cito la frase di un libro di Fabio Volo: "... Ma è possibile che ogni volta che parlo di un sogno o di un'ambizione ci deve essere sempre qualcuno che ti guarda e sembra che dica: "diventa grande"? E per gli altri diventare grandi vuol dire non credere più di essere una ballerina, un poeta, un musicista, un sognatore, un fiore. Non li sopporto. Una mattina sono uscito di casa, il cielo era azzurro e limpido, ho continuato a guardarlo mentre camminavo, stavo bene, respiravo a pieni polmoni, al terzo passo ho pestato una merda. Cosa devo fare? Rinunciare al cielo per paura delle merde? No, io no Porcapu**ana!.......... ...io continuo ad osservare il cielo."
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Villeggiatura
21 luglio, 2010
Afa bollente e dune desertiche, spiaggia dorata e mare cristallino.
Siamo in villeggiatura da cinque giorni dove il tempo è rimasto appeso come una cartolina di un posto lontano. Il silenzio d’ovatta invade le stanze mute di questa casa presa in affitto dai nonni paterni a Tre Fontane, piccola frazione di Campobello di Mazara. Il cielo qui è talmente azzurro che non si riesce ad aprire le palpebre, noi alle otto del mattino siamo già “costumati” e pronti per la spiaggia, dobbiamo solo attraversare la strada per raggiungerla! Che fortuna: le settimane più torride dell’estate ce le stiamo trascorrendo al mare.
Tu sei visibilmente felice e rilassato, ronfi come un ghiro tutta la notte, sei pieno di voglia di sgambettare tra le ondine che si infrangono sulla battigia, giochi con la sabbia e sei perdutamente innamorato del mare.
Io me la godo di brutto, gioco tutto il tempo con te, mentre i nonni pensano a tutto il resto (cucinare, lavare, fare la spesa al market…), al tramonto io e papi ce ne andiamo in bici per mezz’oretta a fare i ragazzini mentre tu ti fai viziare dai nonni, ogni tanto ci scappa pure l’uscita per locali visto che ti lascio già alle nove e mezza che ronfi come un ghiro: questa sì che è vita!!!
Il 18 luglio i tuoi incisivi inferiori hanno deciso finalmente di uscire in scena come due compari che si tengono per mano per farsi coraggio l’un l’altro e vincere così la ritrosia e la timidezza. Da quando sono usciti quelli di giù, non fai altro che leccarti le tue gengive superiori, perché gli altri due compari di lassù presi d’invidia si sono messi anche loro a turno per uscire da dietro le quinte. Certo che non deve essere per te una bella esperienza mettere 4 denti contemporaneamente in un torrido luglio. Ma preso come sei dai tuoi giochi, dal mare, dalla sabbia, dagli altri bimbi che chiami per farli venire a giocare con te, pare che non stia avendo particolari fastidi. Finora non mi è neppure capitato che mi mordessi mentre eri attaccato al seno, ma forse è troppo presto per cantar vittoria, o chissà, magari non lo farai mai – lo spero!!! – .
Parlerei anche del fatto che devo prendere delle decisioni importanti riguardo al mio futuro economico-lavorativo, ma preferisco per ora mettere la testa sotto l’acqua e rilassarmi ancora un po’…
Mamma, fidati di me!
13 luglio, 2010
Mio Pollicino,
hai sette mesi e mezzo, amore mio.
Mi sembrano così tanti per la tua pelle di pesca che li contiene e mi sembrano così pochi per sostenerti già in piedi aggrappato alle mie mani o ai maniglioni del box.
Adesso dormi e il tempo, che in questi mesi fugge vorticoso, si ferma un attimo per permettermi di osservarti placido, col rivolo di latte che ti cola dal labbro inferiore semichiuso.
Col cibo hai un rapporto felice, io ho chiuso con le pappe e ormai assaggi tutto quello che mangiamo noi. Mangi volentieri la pastina con il minestrone, ti piacciono le carni e il pesce, i formaggi, sei ghiotto di pane e pizza, adori le pesche e le albicocche e ti piace esplorare quello che c’è nei piatti e farne man bassa!
La fornitura omaggio della plasmon è stata così liquidata:
le varie “bontà della mamma”, le creme precotte ai cereali e le pastine le abbiamo messe da parte per la bisnonna malata di alzheimer che ormai mangia solo sbobbe e beveroni. Ed in effetti questi cibi sembrano più adatti ai malati che non alle curiose papille gustative di un neonato nel pieno dell’esplorazione culinaria! I vasetti di frutta e carne invece ci sono tornati utili per i pomeriggi al mare e li abbiamo condivisi con altri bimbi. Come si suol dire: a caval donato non si guarda in bocca!!!
Hai ancora tanto bisogno di me, soprattutto nell’ ovatta delle ore notturne, quelle in cui ti amo con la disperazione di chi non ha la forza di dimostrarlo, quelle in cui temo di non riuscire ad ascoltare i tuoi bisogni e vado a tentoni, mentre tu sei inchiodato alla tua sete animale di contatto e ti giri e ti rigiri alla ricerca di una mammella alla quale aggrapparti.
Eppure, ora è tutto nuovo per noi: tu inizi a muoverti nello spazio, e a reclamare la tua indipendenza, il tuo tappetone non è più sufficiente a contenere le tue capriole. Fai tanti tentativi e tante grida di rabbia, per arrancare fino ai tuoi obbiettivi. Non gattoni in senso stretto, ma tendi le gambe come a volerti mettere in piedi, e fai dei saltelli, vai indietro anziché avanti e poi con le braccia fai a fatica qualche passetto in avanti. Talvolta usi questi movimenti per avvicinarti agli oggetti che adocchi e quando hai un appiglio più o meno saldo ti tiri su e resti in piedi finché non ti stanchi. Il tuo modo di comunicare si fa sempre più certo e assertivo, i pianti disperati sono sempre meno frequenti perché impari a riconoscere i tuoi bisogni e a cercare di esprimerli quando ancora non sono emergenze, così da permetterci di intervenire prima di mandarti su tutte le furie.
Cerchi spesso il mio sguardo di approvazione, o semplicemente mi cerchi per assicurarti che io ci sia, per il resto hai acquisito tanta autonomia nel gioco. Tendi a snobbare tutti i tuoi giochini, prediligendo tutto ciò che tocchiamo noi, dal pentolame con coperchi, ai libri, le mollette, il bocchettone del phon, il tubo della doccia. A dire il vero come darti torto? Io un po’ ho sempre pensato che tutti quei signori della fisherprice, della chicco & co. non facessero altro che studiare balocchi da consegnare a voi bambini per non rompere le scatole a noi grandi, ma che di così eccitante per voi poppanti non avessero granché.
Tu mi dimostri ogni giorno che quello che vagamente sospettavo fosse vero, ma il mio impegno con un curiosone sempre alle calcagne adesso è quintuplicato e se da un lato sono felice di vederti crescere, dall’altro sono terrorizzata all’idea di doverti sorvegliare 24 ore su 24 per i prossimi X anni. Ma grazie a te, so che le mie paure non mi vinceranno. Prima di partorirti ero terrorizzata dai primi mesi ed eccoci qua: i primi mesi se ne sono andati in un baleno. Io non solo me la sono cavata, ma ora mi guardo indietro con una certa nostalgia. In futuro so che ce la faremo, anche se oggi mi sento inadeguata e in ansia.
Ogni giorno che passa scopri chi sei e cos’è il mondo intorno a te ed io imparo tante cose da te. In questa danza tra l’esporti alla vita e il proteggerti restiamo tutti e due frastornati ed eccitati, stanchi e frustrati, sorpresi e incuriositi dalle scoperte che facciamo. Io continuo a farmi tante domande, tu continui a darmi risposte.
Ieri per la prima volta ti ho messo giù per terra, sul pavimento non protetto da cuscini o tappetoni, ed eri contentissimo. Prendevi le mie mani e ti sollevavi e dopo esserci riuscito i tuoi occhi brillavano di soddisfazione e poi scoppiavi a ridere. Era questo che volevi dirmi coi tuoi gesti: mamma, fidati di me!
Hai ragione Pollicino mio adorato, assecondare i tuoi bisogni che siano ora di indipendenza ora di dipendenza da me è la strada migliore che posso percorrere per farti crescere senza inibire la tua gioia di vivere. Cercherò di impegnarmi per non trasferirti la mia ansia, te lo prometto!
Io i giorni scorsi sono stata un po’ frastornata, un po’ giù. Una cosa ha innescato in me tutta una serie di riflessioni concentriche dalle quali non sono riuscita per molto tempo a venire fuori. Ho cercato di liberarmi dai pensieri come un albero che sparge al vento i suoi fiori e alleggerire la mia mente con riflessioni leggere e vaporose come un vestitino di mussola, ma non ci riuscivo. L’occasione è stato un post di barbapapà, in cui veniva raccontata un’esperienza di vita quotidiana, una di quelle esperienze in cui fra qualche tempo ci ritroveremo anche noi, che mi ha posto un inquietante interrogativo: come reagire e comportarmi di fronte alle tue inevitabili marachelle? Improvvisamente il pensiero di come educarti mi ha inchiodata e reso ansiosa. Mi sono posta mille domande: sarò all’altezza? sarò una brava madre? saprò educarti?
Poi ieri tu mi hai preso per mano e ti sei sollevato da terra col tuo sorriso sdentato, dicendo chiaramente nel tuo linguaggio non verbale e forse per questo più pregnante: mamma, fidati di me!
La posizione corretta dell’attacco al seno
3 luglio, 2010
Quando si allatta il proprio bambino al seno bisogna far sì che il capezzolo finisca nel palato molle del bambino, giù verso la gola. Con un attacco sbagliato il bambino tenderà a “masticarvi” il capezzolo col palato duro, e, non solo in questo modo non riuscirà a cavare fuori il latte, ma vi spunteranno le ragadi. Il dolore che provavo io assomigliava molto a migliaia di spilli che ti vengono conficcati nel seno, sensazione spiacevolissima e molto dolorosa!
La posizione corretta di attacco al seno ve la può mostrare una consulente in allattamento, un’amica che ha esperienza di allattamento, e proverò anche io a descriverla, anche se non è facile (ed è sempre meglio vedere un esempio dal vivo):
Prima di tutto, mettetevi comode con la schiena ben appoggiata, in modo da non dovervi sporgere sul bambino ma neanche da obbligarlo ad “appendersi” per ciucciare.
Tenete il bambino pancia contro pancia, la testa deve essere in linea col corpo (orecchio, spalla e anca in asse), e dovete avvicinare lui al seno, non il contrario.
Potete provare ad attaccare il bambino mettendo il capezzolo all’altezza del suo naso. Lui spalancherà la bocca (naturalmente se in quel momento ha voglia di ciucciare!), e voi potete fargli prendere il seno in modo corretto. Il capezzolo, infatti, si deve trovare nella parte superiore della bocca del bambino, così che ci sia posto per mettere la lingua tra il capezzolo e il labbro inferiore.
Si dovrebbe vedere una parte maggiore di areola superiore e quasi niente di quella inferiore, sempre in proporzione alla sua dimensione e a quella della bocca del bambino, e il mento dovrebbe poggiare sul seno, mentre il naso non è necessario che lo faccia. La lingua del bambino, infatti, serve a “mungere” il seno, a spremerlo, premendo con la lingua i dotti galattofori in cui si accumula il latte.
Mentre poppa, il bambino ha le labbra girate all’esterno, e la bocca spalancata. Insomma, ciucciare assomiglia più a masticare che a succhiare da una cannuccia, si possono vedere le mandibole che lavorano ritmicamente e si dovrebbe veder muovere anche l’orecchio mentre il bambino deglutisce.
Se l’attacco è corretto, infine, non si dovrebbero sentire “schiocchi”, che stanno a indicare che il bambino non fa il “sottovuoto”, quindi perde la presa sul seno.
Allattare non deve fare male! Ma se vi diranno che provare dolore è normale e che fa parte del gioco, credeteci solo se questo dolore diminuisce e scompare dopo i primi minuti di poppata, e se andando avanti quindi non avete problemi. Se invece il dolore persiste per tutto il tempo della poppata, a volte anche aumentando, credete al vostro corpo, che vi sta dicendo che qualcosa non va. I primi giorni di allattamento dovrebbe essere un po’ come quando si indossano un paio di scarpe nuove: man mano che il bimbo ciuccia il capezzolo diventa più elastico.
Week end a Stromboli
25 giugno, 2010
Fuori ululava il vento, urlava la tempesta, tuonava Iddu ed io papà e tu ce ne stavamo acciambellati sul lettone dell’albergo. Mai termine si rivelò più adatto a descrivere quella sorta di bozzolo che si può venire a creare quando si è coscienti che forse è meglio non aprire la porta che dà sul mondo, fuori. Non ci rimaneva che attendere il lento fluire delle ore facendo la spola tra la nostra camera e la sala lettura dell’albergo. La volta plumbea del cielo e le fronde inondate dal maestrale si lasciavano strappare via i limoni, io ne ho raccolto uno e me lo sono portato a casa come un cimelio.
Stromboli ti strega col suo fascino magnetico e irresistibile. Il profumo del mare, il rombo delle onde contro gli scogli, i capperi abbarbicati alle fessure, le canne che riprendono vigore in ogni spazio libero…..tutto ciò testimonia una natura vigorosa e selvaggia, fiera di sé, ed abitanti altrettanto orgogliosi che con questa natura vivono in simbiosi, e che accettano le lusighe della modernità con molta parsimonia. Niente automobili, ma solo bici, moto ape o motorini elettrici. Niente illuminazione artificiale per le strade. Di notte a Stromboli le uniche luci sono le stelle vicinissime e brillanti che forano il velluto nero del cielo, le torce elettriche dei passanti e il faro dello Strombolicchio, enorme scoglio di fronte all’isola dove il mare scende a precipizio e le acque non mostrano il fondo. Mi dispiace che i tuoi giovani e curiosi occhi, per la prima volta approdati sull’isola, non abbiano visto questo cielo così vicino e luminoso a causa del cattivo tempo. Sai, Pollicino, la notte estiva di Stromboli è magica e silenziosa, nemmeno i turisti riescono a scalfirla, solo il rumore delle onde ed il rombo che si sente nel terreno, il brontolio di Iddu che col suo cadenzare ritmico sembra il motore immoto di tutta questa profuisione di odori, ricca vegetazione, panorami mozzafiato, ripidi sentieri che si inerpicano tra i cumuli di case bianche e la fitta vegetazione. Chissà quando riusciremo a riportarti lì mio Pollicino viaggiatore…
Timeo Plasmon, et dona ferentem!!!
23 giugno, 2010
Ho vissuto come una beffa l’arrivo stamattina di due pesanti pacchi al mio indirizzo. Sono risultata vincitrice del concorso “Vinci un mese di prodotti Plasmon”. Io non ho fatto nulla per vincerlo. Io che diffondo il Verbo dell’alimentazione complementare a richiesta, così come Piermarini ce la illustra nel libro “Io mi svezzo da solo, dialoghi sullo svezzamento“, io che mangio le cose che mangia Matteo per educarlo ad un sano rapporto col cibo, io che uso cibo in scatola solo in casi estremi, mi sono ritrovata ad essere tra dieci persone in tutta Italia che questo mese hanno ricevuto a casa tutto questo:

Che c**o diranno in molti. Io invece ho pensato ad una qualche cospirazione ai miei danni. ![]()
Poi mi sono ricordata che alla visita dei cinque mesi, la pediatra di Matteo mi ha regalato alcuni campioni Plasmon ed ha compilato una cartolina coi nostri dati per iscriverci al concorso. Concorso che abbiamo vinto!!! Mah, senza parole!
N.b.:Il titolo del post si riferisce alla famosa frase dell’Eneide “Timeo Danaos, et dona ferentes” Temo i greci, e i doni che portano”, detta da Laocoonte ai troiani per convincerli a non fare entrare il Cavallo di Troia in città. Mai fidarsi dei nemici!!!
Di cadute e cambiamenti
23 giugno, 2010
Ho bisogno di appuntare questi ultimi giorni di giugno. Un mese intenso, ricco di nuove esperienze, tanti viaggi – Svezia, Noto, Stromboli – tante uscite – ebbene sì, mi sono fatta l’aperitivo con passeggino e marmocchio al seguito! – e tante novità dal mondo Pollicino.
Prima sono caduta io. Ho sbattuto l’osso sacro e sono finita al pronto soccorso – niente di grave, solo una contusione per fortuna. Ma due settimane fa sono stata due giorni sotto shock. Nella notte tra il 7 e l’8 giugno Pollicino è caduto dal letto.
Io sono stata svegliata da un rumore sordo e poi un rinculo inquietante tipo qualcosa che si spiaccicava. Ho gridato, già sapevo, poi, sentendomi gridare, lui si è svegliato. Il marito è balzato in un unico movimento dentro il lettino gridando: dov’è? dov’è? Ma era già nelle mie braccia. E io non ragionavo più.
Non ero neppure consapevole di come fosse accaduto, ancora adesso ho il dubbio che si sia catapultato fuori dal suo lettino.
Lui al solito orario si è svegliato per ciucciare, adesso si muove da solo, voleva venire nel mio letto scavalcando e lì si è distanziato il lettino appiccicato al lettone e lui è caduto in mezzo.
Ho perso il controllo, ho perso il controllo. Ho urlato e l’ho spaventato, per un intero giorno mi ha guardata in maniera diversa, non voleva più venire in braccio a me.
Siamo stati svegli tutta la notte e lo abbiamo tenuto sveglio per due ore, quando si è riaddormentato siamo rimasti ad ascoltare il suo respiro. Sono stata ad osservarlo per carpire delle mancanze, delle stranezze. Per fortuna nulla. Neppure un bernoccolo, ma anche ora se ripenso a quel rumore, mi sento male, mi viene da vomitare. Il marito è rimasto shockato più di me, si è sentito male per lo spavento, ha avuto un attacco di panico.
Pollicino forse non ha avuto neppure il tempo di sbattere la fronte per terra, è stato trattenuto nella caduta dal velo antizanzare e dal bordo in pelle del mio letto. Tant’è che ha continuato a dormire finché le mie urla non lo hanno svegliato. Ma io non riesco più a dormire tranquilla. Ho paura di riperdere il controllo.
Eppure, mentre il rumore di quella notte mi continuava a martellare la testa (ma dicono che i bambini sono di gomma, è così vero?), in questi giorni abbiamo trascorso dei momenti meravigliosi insieme, di giochi nuovi, di nuovi scherzi, di risate d’intesa, un sacco di coccole, e tante cose nuove. Ha imparato a battere le mani, prima faceva i pugnetti, non riusciva a tenere le manine aperte quando le batteva fra loro, ora ne tiene una aperta e l’altra chiusa (ci stiamo migliorando, no?!) poi parlotta sempre di più, sperimenta la sua voce e varie sillabe. Si addormenta prima di sera, ma da quando è successo il fattaccio se si risveglia nel suo lettino piange e vuol venire subito da me. Ma la cosa più eclatante è che adesso inizia a gattonare – anche se va come i gamberi – e poi mangia tutto il cibo di famiglia – Piermarini docet, Pollicino est!!! – ed io mi ritrovo a vivere un nuovo capitolo della nostra vita mentre mi accorgo di come stia diventando grande.
Ieri siamo tornati da Stromboli, dove il marito doveva fare un intervento di poche ore, ma dove siamo rimasti cause meteomarine avverse, per un giorno in più. Abbiamo acquistato un nuovo passeggino, uno di quelli super leggeri da trenta euro, perché mi dicano tutto quello che vogliono, ma per me questi trio spaziali sono troppo complicati, ingombranti, poco maneggevoli e in fondo inutili. Per fortuna me lo hanno prestato, perché dopo neanche sei mesi e un utilizzo centellinato col contagocce (fino a 4 mesi Matteo stava tra le mie braccia prima e in fascia poi) adesso il trio è stato di nuovo imballato e pronto per essere imprestato alla prossima gestante.
A poco a poco, sento che sto ricominciando a godermi la vita. Che per me non è fare le cose di prima, fare cose da sola per sentirmi giovane e libera, né fare cose ancora più strane per dimostrare e dimostrarmi che non è cambiato niente, ma apprezzare questa nuova fase della mia vita e della nostra vita. Imparare cose nuove e farne, di cose, che ci si incastrino bene. Perché è cambiato, eccome, è cambiato tutto.
Prima leggevo tantissimo, facevo l’happy hour almeno una volta a settimana, bevevo con gusto in compagnia. Cucinavo tanto, piatti sempre diversi, elaborati e scenografici. Impastavo. Mi isolavo talvolta in un torpore ozioso. Allenavo la mia voce tante ore al giorno, mi nutrivo di musica, arte e letteratura. Andavo al cinema e a vedere mostre. Scrivevo tanto, parlavo di più e riuscivo ad esprimere le cose che mi piacevano e perché. Avevo un contatto con la realtà quasi effimero, riuscivo a ignorare tanto e tanti. Condizione che mi faceva vivere spensierata, alla giornata, attaccata agli attimi, alle persone che sceglievo, ai sentimenti.
Ora no.
La maternità deflagrata nella mia vita mi ha reso irrimediabilmente nuova.
Eppure, oggi, non posso dire di non amare la mia vita o di non godermela.
Quel ritratto sono io, e nulla tornerà come prima. Ma non ci tengo a che accada. Perché la vita è una, il tempo è limitato e tutto non si può avere, non si può fare.
Sicuramente torneranno a sprazzi le cene scenografiche e i libri letti tutti d’un fiato, tornerà l’happy hour e il cinema, ma tutto il tempo che impiegavo per coltivare me è ormai assorbito da Pollicino, dal coltivare nella sua anima così pura, assetata di amore, di vita i semi che io come mamma gli posso dare e dal raccogliere i suoi dolci frutti.
E io provo a reinterpretarmi, questo sì. Da domani inizierò un nuovo lavoro. Stagionale, senza nulla a pretendere, come si suol dire, ma che per me significa tanto. Farò la guida turistica per 4 ore al giorno. Ritornerò ad “usare” le lingue! Inizia una nuova avventura lavorativa da affiancare ai pochi matrimoni che ho preso quest’anno. Da mamma. Da donna che ha fatto la pace con se stessa e che ha imparato nonostante passaggi tortuosi, progetti non riusciti e anni imprecisi, sprecati, a pretendere di meno da se stessa e godersi il presente un po’ di più.
Evviva la Svezia!
15 giugno, 2010
Provo a scrivere questo post da tempo ma non ci riesco, mi scuso quindi se non posso farvi un resoconto più dettagliato del nostro primo viaggio all’estero. Che cosa mi ha colpito di più della verde e bellissima Svezia? …tante cose, ma quelle che mi saltano in mente adesso sono per esempio che non ho mai visto una concentrazione di carrozzine e di pance abitate così grande come in Svezia. Ovunque volgessimo lo sguardo, c’era qualche giovane genitore con bimbetto al seguito. Altro che paese a natalità zero come l’Italia! Inutile dire che in Svezia chi ha un bambino non deve fare la guerra con il mondo per potere vivere: sugli efficientissimi mezzi pubblici c’è un posto per la carrozzina o il passeggino, le barriere architettoniche sono pochissime, i marciapiedi transitabilissimi ovunque parchi e aree attrezzate per bambini e UDITE UDITE: in quasi tutti i locali pubblici dove siamo stati c’è un ANGOLO DELLA POPPATA (un bel sofà dove allattare o trastullare in santa pace il proprio poppante). Ciò che per noi sarebbe l’ideale per loro è la quotidiana normalità. Le mamme coi bambini fanno pic nic sui prati dove non è insolito vedere una mamma con un lattante al seno o al biberon mentre la sua amica nutre con un vasetto di omogeneizzato il proprio toddler. A proposito di omogeneizzati: come volevasi dimostrare, gli scaffali del baby food in Svezia non sono per niente affollati come da noi, sintomo che la domanda non è enorme come quella italiana, e poi… li ho visti coi miei occhi: lasagne omogeneizzate, spaghetti con pomodoro e mozzarella, pasta coi broccoli, pasta bolognese al posto dei nostri manzo, vitello, pollo e compagnia bella!!! Io mi ero portata dall’Italia un paio di pappe pronte con pastina con minestrone e pollo/vitello, ma in realtà Matteo ha fatto 5 giorni di dieta quasi esclusivamente lattea e mentre noi mangiavamo porcherie varie si ciucciava pezzi di pane o di frutta. Matteo si è fatto lunghissime scarrozzate nel passeggino ed è venuto in fascia pochissime volte, era incuriosito da tutto quello che lo circondava, rideva a chiunque ed è stato tranquillissimo. Meglio di così!
Altra cosa che mi è rimasta impressa è che il rubinetto in Svezia è una fonte inesauribile di acqua buona e così non avevamo il bisogno di ricorrere all’utilizzo dell’acqua in bottiglia. C’è da dire che a volte mi è capitato di bere l’acqua del rubinetto anche qui, ma purtroppo a Palermo e dintorni non sempre l’acqua ha un buon sapore… e così il ricorso alle bottiglie in plastica è l’unica soluzione, lì invece al ristorante o al café ci sono sempre su tutti i tavoli brocche di acqua “liscia” già pronte all’uso e un distributore di acqua a cui si può attingere liberamente.
Noi ci siamo trovati molto bene, direi che la Svezia sia un posto ideale per fare le vacanze coi propri figli: Natura, civiltà e servizi. Siamo rientrati in Italia con tanta nostalgia e tanta rabbia per la nostra indolenza e poca sensibilità verso la tutela dell’ambiente e il mancato rispetto tutto italico per le basilari regole di convivenza civile.
“La fame dell’amore e della presenza materna è non meno grande della fame di cibo”
1 giugno, 2010
Non so se sapete che oltre a scrivere su Bravibimbi ho un blog privato:
http://inviaggioconpollicino.blogspot.com/
dove posto pressappoco gli stessi articoli. Ebbene, stamattina ho ricevuto questo commento al mio articolo di ieri.
Ciao! Ci siamo conosciute al corso di preparazione al parto e in una delle tue mail avevi mandato l’indirizzo di questo blog, così ogni tanto sono passata e ho letto alcuni tuoi post, con l’intenzione di lasciarti un messaggio. E finalmente oggi l’intenzione riesce a trasformarsi in azione
Il tuo diario è molto ricco di emozioni, informazioni, curiosità e di pensieri positivi. Ho particolarmente gradito i post “quel bambino immaginato” e “parola di pollicino”
E ho notato che ti piace sperimentare: l’uso della fascia al posto del trio spaziale (navetta, ovetto, passeggino), le tecniche dall’elimination comunication, la ricerca di prodotti biologici e la simpatia per la Hipp. Insomma, apprezzo e condivido il tuo atteggiamento critico nei confronti di ciò che il mondo globalizzato ci propone o impone. E mi piace pure l’impegno per sostenere le donne che scelgono l’allattamento al seno. Anche io ritengo che questo tipo di esperienza sia esclusiva, non solo per le caratteristiche nutrizionali del latte materno ma anche per gli aspetti affettivi e relazionali. Tuttavia, proprio questa duplice natura – nutrizionale e affettiva – dell’allattamento al seno mi porta a fare una considerazione. Sotto l’aspetto nutritivo, il latte artificiale è sempre un ripiego (ad oggi non c’è una “formula” che renda il latte artificiale uguale a quello materno). Il latte artificiale è quindi sempre un ripiego! Sul versante affettivo-relazionale, invece, il latte artificiale può essere una valida alternativa nei casi in cui l’allattamento al seno rischi di trasformarsi in un’esperienza frustrante e/o stressante. Escludendo il fatto che ci siano donne che non hanno latte e che tutte (o quasi) possono allattare, ci sono molti motivi (personali, familiari, sociali) per cui un’esperienza potenzialmente positiva può diventare molto, troppo impegnativa sino ad essere insostenibile. In questi casi, insistere con l’allattamento al seno significherebbe fare prevalere l’aspetto nutrizionale su quello affettivo, rischiando di compromettere la qualità del processo di costruzione delle relazioni di attaccamento (vedi lo sfondo teorico sul sito “psicologia perinatale” che hai inserito tra i tuoi link preferiti). E quest’ultimo aspetto è mooolto più importante di quello nutritivo: “nel bambino la fame dell’amore e della presenza materna è non meno grande della fame di cibo” (Bowlby, 1951). Insomma, il bambini hanno bisogno di sentirsi protetti e di essere accuditi da persone affettivamente presenti, a prescindere dal fatto che il latte arrivi dal seno o dal biberon. Dunque, l’allattamento al seno è preferibile, ma se l’allattamento artificiale può aiutare le donne a trovare un buon equilibrio con se stesse, con il bambino e con le altre figure significative… perché no?
Mi pare di essermi dilungata, ops!
Vabbè, così ho compensato il silenzio dei mesi precedenti!
Un sorriso
Rosanna e Raffaele
Inutile dire che cade a fagiolo rispetto all’argomento di cui volevo parlare oggi, ma siccome sto preparando i bagagli per la Svezia, mi limito a gettare un amo e copincollarvi un altro articolo molto ben fatto di una consulente in allattamento che conosco solo via web. A Rosanna dico che ha perfettamente ragione e che concordo col suo pensiero. Come mamma io non dimentico che per certe madri con certe situazioni quello che per me è stupendo o magico può diventare insostenibile, dal punto di vista fisico o emotivo e che probabilmente chi non allatta al seno avrà bisogno di molto più sostegno. Spesso le madri che non ce la fanno o scelgono di non allattare non sono sostenute da nessuno e sono quelle che ne hanno veramente bisogno perché tutto grava sempre e solo sulle mamme, e tutti intorno, dai familiari allo Stato, anziché offrire aiuto concreto e informazioni corrette sanno fare solo demagogia riempendoci di discorsi ipocriti ma non sostenendo nella pratica chi vuole allattare.
Vi saluto dunque con questo articolo di Antonella Sagone dal titolo
Ma è così impegnativo allattare?
Spesso nel parlare di allattamento al seno si fa un quadro idilliaco e lontano dalla realtà, in cui la mamma che allatta viene rappresentata come una cornucopia di abbondanza, e l’accudimento del neonato viene ridotto a uno scarno schemino di poppate e sonnellini, con qualche cambio di pannolino che può essere delegato magari al papà. Uno studio effettuato intervistando coppie di genitori in attesa ha mostrato che la loro idea di una giornata con un neonato rappresentava lunghi periodi in cui il bambino semplicemente dormiva, e pochi brevi periodi di poppate ben distanziate fra loro.
La realtà è molto differente: i piccoli dell’uomo sono del tipo a “contatto continuo”, e cercano ininterrottamente il seno, il latte, le braccia materne; anche se possono più o meno bene adattarsi anche a situazioni innaturali come il dormire in una culletta o il ciucciare un oggetto di gomma invece del morbido seno della mamma che dà il latte.
Questa enorme discrepanza fra immagine mitica e realtà ha creato per reazione la percezione dell’allattamento al seno come un grosso sacrificio, un periodo durissimo fatto di privazioni, rinunce, fatiche inenarrabili, notti insonni, vite sconvolte e fuori controllo.
È anche vero che molti allattamenti, nella nostra società così poco attenta a proteggere e sostenere la nutrice e il lattante, sono nelle prime settimane costellate di difficoltà reali o presunte: pessimi inizi in ospedale, interferenze, bambini che non sanno più come si poppa al seno, allattamenti troppo poco frequenti o poppate troppo brevi per stimolare adeguatamente la produzione e drenare bene il seno, e poi la sequela di disavventure (ingorghi, ragadi, cali di produzione) e di aggeggi più o meno opportuni (biberon, disinfettanti per capezzoli, paracapezzoli, bilance, orologi…) fino ad arrivare ai divieti assurdi che rendono la vita della nutrice un rosario di privazioni, con i divieti a mangiare questo o quello, le difficoltà ad uscire col bambino dentro le ingombranti carrozzine, i (per fortuna rari) episodi di intolleranza verso chi allatta in pubblico, le astruse regole da rispettare sul dove e quando mettere a nanna il bambino “per insegnargli a dormire bene”, che di fatto costringono la mamma a interi mesi di clausura… tutti questi sacrifici non sono causati dall’allattamento, ma da come questo viene effettuato o considerato nella nostra società.
Ci sono allattamenti faticosi e durissimi all’inizio, ma per cattive partenze e difficoltà da superare: ma non è affatto scontato che l’allattamento sia costellato di guai.
Ci sono poi allattamenti che vanno bene, il che significa, per i primi mesi almeno, avere un bambino che poppa apparentemente in modo quasi ininterrotto, che interrompe il tuo sonno per poppare 2, 3 o più volte a notte, che necessita di tempo per essere accudito, allattato, lavato, cambiato, portato in braccio, trastullato, tempo, tempo, tempo… per non parlare del tempo impiegato in altre attività collaterali, come fare la spesa andando a comprare pannolini (se li si usa), vestitini, libri di puericultura, visite dal pediatra, eccetera…
Anche quando le cose “filano lisce”, insomma, è indubbio che per molti genitori l’arrivo del bambino in casa sia un terremoto che mette tutto sottosopra e lascia disorientati e stravolti. “Possibile che non faccia che poppare? Ma non dovrebbe dormire adesso? Perché piange, dove ho sbagliato? Perché non cresce secondo le curve? Quando riprenderò fiato?”
Ma una buona quota dello stress, senso di sopraffazione, frustrazione e ansia che si prova è causato dal fatto che ci aspettiamo una situazione così lontana dal vero. Alcune frasi fatte ci riecheggiano nella mente e ci portano fuori strada:
“È un bravo bambino? Dorme le sette ore canoniche?” – Ma canoniche per chi? Non per un neonato né, spesso, per un lattante più grande! La cosa normale nei bambini di pochi mesi o anni è che la notte si svegliano e, per riaddormentarsi, vogliono la mamma.
“Si è già regolarizzato?” – Ci aspettiamo che si attacchi al seno in momenti ben definiti, distanziati fra loro in modo regolare: ma non lo facciamo nemmeno noi! I nostri ritmi nel metterci in bocca qualcosa (che sia un pranzo abbondante o un bicchier d’acqua, un caffè, una caramella, una pizza, una sigaretta, un gelato) sono del tutto irregolari nella durata e nell’intervallo: perché un esserino di poche settimane (e con lo stomaco non più grande del suo pugno) dovrebbe fare qualcosa di diverso?
“Ha imparato a staccarsi un po’ da te?” – Quando ci innamoriamo, vorremmo mai stare lontani dalla persona amata? O non cerchiamo in tutti i modi il contatto, i suoi abbracci, o almeno di telefonargli, mandargli i messaggini? E perché mai il neonato, per il quale la mamma è tutto il mondo, dovrebbe invece farsi “scaricare” senza proteste né ansie, in un’età nella quale non sa nemmeno comprendere e misurare il tempo che lo separa dal suo ritorno?
Queste osservazioni altrui, questi continui richiami a standard irreali, ci disorientano e ci riempiono di dubbi quando stiamo di fronte al bambino reale. Insomma, è ciò che ci aspettiamo a darci la maggiore fregatura e a farci sentire tradite, inadeguate, a metterci in allarme – quando invece siamo in piena normalità.
Certo, poi ci sono bambini facili e bambini difficili: quelli che non si accontentano della tetta, ma che vogliono risposte sofisticate, e che comunque non trovano pace se non per brevi istanti… ma anche con loro, quanti problemi in più ci facciamo, oltre all’impegno puro e semplice di prenderci cura di loro! Molto spesso è proprio lo sforzo di resistere alla soluzione più semplice – seguire i segnali del bambino e i nostri istinti, seguire i bisogni, ciò che ci è più facile e che ci fa stare meglio – a risucchiarci la maggior parte delle energie e a farci sentire così stanche e disperate.
A volte solo col secondo o terzo bambino l’allattamento si gode veramente, semplicemente perché si è imparato a non avere aspettative, a non voler prendere il controllo della situazione, e finalmente si lascia che le cose vadano come vadano… si ha allora tempo per godersi il bambino, i suoi sguardi, le sue tenerezze, il calore del suo corpo, il peso del suo abbandono quando ci crolla addormentato addosso con capezzolo che sfugge dalle labbra socchiuse, il respiro regolare, le guance arrossate – e allora chissenefrega del mal di schiena o del fatto che ancora non abbiamo trovato il tempo per lavarci i denti…
Questo “tour de force” non è per sempre. È un tempo talmente breve! Un attimo, e già sono alla materna; due attimi e già tua figlia diventa donna, tuo figlio ti chiede in prestito la macchina…
Quel problema che ora ci sembra così grosso (non riuscire ad insegnargli a dormire tutta la notte, a fargli finire tutta la pappa, a capire perché stanotte piangeva) quanto sarà importante fra una settimana, due mesi o tre anni? Cosa ci resterà dentro, alla fine, di questo periodo, i nostri struggimenti, o la tenerezza degli abbracci? E allora, cosa vogliamo che ci sia di più?
Se si sceglie di considerare questo periodo di simbiosi come un’esperienza da assaporare, mollando tutti gli ormeggi e lasciando che la corrente ci porti, che cosa piacevole può essere! Nonostante la fatica fisica pura e semplice del tenere addosso il peso di un bambino per tanto tempo, e i sonni interrotti…
No, non è quello che ci esaurisce fisicamente e psichicamente. Sono le aspettative fasulle su come dovrebbe poppare, dormire, crescer un bambino che ci fanno sentire stanche, inadeguate, angosciate. Quante energie consumate invano cercando di far rientrare a forza il nostro inimitabile bambino, il nostro allattamento, noi stesse in uno schema che, oltre ad essere del tutto irrealistico, soprattutto non è il nostro ma è calato dall’esterno, da questa cultura fatta di orologi, bilance, biberon, tabelle, manuali che ti descrivono persino in che modo devi cullare tuo figlio! Quanto tempo buttato via a cercare di indovinare i ritmi del bambino (che non esistono), a prevenire catastrofi del tutto teoriche, a strappare qualche minuto in più di sonno, qualche grammo in più alla bilancia, qualche secondo in meno al seno, qualche istante in più senza il bambino addosso!
Se si pensa che tutti, prima o poi, cresceranno, saranno autonomi, avranno i loro orari, mangeranno a tavola con noi, andranno in bagno da soli, si vestiranno da sé e sapranno chiederci a parole quello che desiderano, chiediamoci: valeva la pena di darsi tanto da fare a cercare di controllare e modellare queste fugaci prime settimane con il nostro cucciolo, che in fondo non chiede altro che di stare con noi?
Diamoci il permesso di lasciarci andare al caos, all’intensità emotiva e alla dolcezza, ora aspra, ora tenera, di questi primi tempi della vita del nostro bambino: scopriremo che la vita può essere molto più semplice, che le cose veramente importanti sono molto poche e che su tutto il resto possiamo semplicemente scegliere di lasciare che le cose si assestino nel modo che ci fa stare più bene e che ci è più comodo, al di là di ciò che si dice sia giusto o normale fare. Se quando i nostri figli saranno grandi non ricorderemo certo le pesate settimanali o gli orari di sonno, bensì soprattutto gli abbracci, la tenerezza, le risate, le poppate, allora è bello sapere che possiamo, da subito, fare in modo che di quei ricordi ce ne siano tanti.
di Antonella Sagone
Latte umano e latte formulato a confronto
31 maggio, 2010
Inizio con questo articolo una serie spero numerosa e fruttuosa di post dedicati all’allattamento, condividendo con voi le mie conoscenze ed esperienze in materia.
L’allattamento è un elemento del processo riproduttivo delle donne, al pari del concepimento, della gravidanza e del parto. Contrariamente a quanto si sente in giro, allattare con successo e a lungo non è una fortuna di poche donne, perché è alquanto improbabile che una donna che abbia portato avanti con successo una gravidanza sia poi nell’impossibilità fisica di nutrire al seno il proprio bambino. Eppure, le condizioni attuali di gestione della nascita e del puerperio, spesso fanno sì che non siano messe a frutto tutta una serie di buone pratiche per mantenere viva la produzione di latte (riconducibili quasi tutte a un buono stimolo della ghiandola mammaria materna da parte del poppante), motivo per cui effettivamente l’allattamento può diventare un percorso in salita.
Parlare di allattamento a una mamma significa spesso toccare una donna nel profondo del suo “essere madre”. Forse è questo uno dei motivi di contrapposizione tra madri che allattano al seno e madri che scelgono l’allattamento artificiale. In questa “guerra” non mancano disinformazione, miti e leggende metropolitane alimentati troppo spesso da certi operatori sanitari che si rendono responsabili del fallimento sia dell’allattamento al seno, sia di quello artificiale.
Per oggi analizziamo solo sotto la lente dell’aspetto nutrizionale le differenze tra l’allattamento al seno e l’allattamento artificiale, pur sottolineando che l’allattamento al seno non è solo un modo per nutrire un bambino, ma una forma di accudimento completo del proprio figlio: un accudimento che non ha orari precisi, come non ne hanno gli abbracci, e che non può essere disinvoltamente delegato a sostituti meccanici del seno. Mi scuso in partenza per l’eccesso di informazioni tecniche e scientifiche e nello stesso tempo cerco di essere il puù esauriente possibile.
Dal punto dei nutrienti in esso contenuto, il latte (prodotto di secrezione delle ghiandole mammarie dei mammiferi dopo il parto) è l’alimento previsto per la crescita dei cuccioli dei mammiferi, ed il latte di ogni specie va ad esclusivo beneficio di quella specie. Per questo si dice che il latte umano è specie-specifico (anzi, individuo-specifico, perché ogni mamma produce i nutrienti necessari per il suo bambino).
Il latte di tutti i mammiferi contiene, disciolti in acqua, zuccheri (lattosio), proteine, grassi, vitamine ed enzimi, oltre agli anticorpi propri della specie di appartenenza, ma la composizione del latte differisce tra le varie specie di mammiferi, in particolare, il latte vaccino – previsto per la crescita del vitello – è molto diverso per composizione rispetto al latte di donna perché:
■contiene troppe Proteine: 36 gr/litro contro 9 gr/litro, – quattro volte di più;
■contiene Proteine molto diverse: rapporto Caseina/Lattoproteine 4.5:1 contro 0.4:1
■contiene poco Lattosio: 49 gr/litro contro 70 gr/litro;
■presenta un rapporto Grassi Saturi/Insaturi svantaggioso;
■contiene una percentuale di Calcio troppo elevata: 1170 mg/litro contro 340 mg/litro;
■presenta un rapporto Calcio/Fosforo svantaggioso: 1.3:1 (Latte vaccino) contro 2.4:1 (Latte umano);
■contiene troppi Sali Minerali: 7 gr/litro contro 2 gr/litro.
La composizione del latte materno cambia man mano che il bimbo cresce, adattandosi alle esigenze del bambino. Il latte artificiale (che è latte vaccino adattato all’uomo) invece è sempre lo stesso.
1. Proteine
Il neonato sfrutta le proteine del latte materno al 100%. Dopo i primi giorni di vita, potenzialmente tutte le proteine del latte del seno diventano parte del bambino, poche vengono eliminate. Il bambino nutrito con latte vaccino, al contrario, utilizza un 50% delle proteine del Latte e deve scartarne circa la metà dalla sua dieta.
L’apporto in proteine del latte di donna evidentemente è sufficiente, mentre il sovraccarico proteico del latte vaccino può essere nocivo (danni renali) e porta ad assimilarne poche. Il latte vaccino contiene infatti il quadruplo delle proteine del latte umano, per poter essere tollerato dal neonato deve essere diluito. Poichè contiene per lo più caseina, il latte di mucca, quando si mescola con i succhi gastrici, coagula formando un grumo grosso e compatto nello stomaco (latte cagliato).
Questo spiega perché i piccoli si sentono sazii per circa quattro ore dopo una poppata di biberon. Il latte umano cagliato, al contrario, è soffice e leggero. Lo stomaco del bambino allattato al seno si svuota rapidamente e facilmente, per cui desidera mangiare più spesso, il che, a sua volta, stimola la produzione di altro latte da parte della madre.
2. Acqua
I bambini ricevono dal latte della madre acqua in quantità sufficienti per le loro necessità metaboliche.
Quando fa caldo, è la madre ad aver bisogno di una maggiore quantità d’acqua e non il bambino allattato al seno. Il bambino nutrito con latte formulato, invece, ha bisogno di acqua non solamente per il proprio metabolismo, ma anche per permettere ai reni di eliminare i sali e le proteine inutilizzabili.
Così, oltre all’acqua aggiunta al latte artificiale, ha bisogno di bere acqua dal biberon, specialmente quando fa caldo. L’eliminazione delle proteine inutilizzabili è in gran parte compito dei reni. Questo può sollecitare un certo sforzo su di una funzione ancora immatura.
Per anni generalmente si è ritenuto che i bambini nati prematuramente crescessero meglio con determinati tipi di latte artificiale in polvere, piuttosto che con il latte della madre. Alla fine i ricercatori si sono accorti che l’aumento di peso non era dovuto ad una effettiva crescita, ma ad una ritenzione di liquidi nei tessuti. Questo è il risultato della sollecitazione su reni immaturi, che non riescono ancora ad eliminare adeguatamente proteine in eccesso e sali minerali.
3. Vitamine
Il latte di mucca contiene solo dalla metà a un decimo delle vitamine essenziali presenti nel latte umano.
Nonostante la madre onnivora assuma in prevalenza cibi cotti, il suo latte contiene molte più vitamine di quello della mucca, che mangia solo erba. Per questa ragione i bambini nutriti con alimenti artificiali devono ricevere un’integrazione di vitamine o la dieta deve essere variata con altro cibo.
I bambini allattati al seno, al contrario, non necessitano di nessun altro cibo sino all’età di cinque o sei mesi. Anche allora il latte materno continua ad essere una buona fonte delle vitamine di cui necessitano, ed è una ricca fonte soprattutto di vitamine A ed E, che sono liposolubili.
La vitamina D controlla la capacità del bambino di assorbire il calcio. La vitamina D deve provenire da fonti dietetiche solo in climi nordici, poichè è sintetizzata dall’organismo durante l’esposizione ai raggi solari. Se il bambino non prende abbastanza sole, può essere vittima del rachitismo, secondario a carenza di vitamina D. Tuttavia è improbabile che il bambino allattato al seno sviluppi una forma di rachitismo, perchè il latte materno ne contiene a sufficienza.
La vitamina C, contenuta in grande quantità nel latte umano, è quasi completamente assente dal latte di mucca, anche non pastorizzato. La produzione di vitamina C da parte delle ghiandole mammarie umane è così efficace che lo Scorbuto, la malattia causata da carenza di Vitamina C, non è mai stato riscontrato in bambini allattati al seno, neanche nel caso in cui la madre ne fosse affetta.
4. Grassi
Il latte vaccino ed il latte umano contengono all’incirca la stessa quantità di Grassi. Comunque il latte vaccino contiene più grassi saturi del Latte umano. Questa è una delle ragioni per cui l’uso del latte vaccino andrebbe limitato anche dopo lo svezzamento.
5. Ferro
Il latte umano contiene poco ferro, ma la stessa cosa vale anche per quello di altri animali. Questo in realtà può essere un vantaggio, perchè il neonato ha abbondanti riserve di ferro immagazzinate nel fegato o nella milza, ed un’alta concentrazione di globuli rossi nel sangue che poi decrescano fino a raggiungerre valori normali, dopo un certo periodo, in relazione alla crescita del bambino.
Se la madre durante la gravidanza non è anemica, le scorte di ferro dei bambino sono probabilmente sufficienti per tutto il primo anno di vita, anche nel caso di una dieta esclusivamente lattea. Vanno quindi evitati cibi ricchi di ferro.
6. Zuccheri
Il latte proveniente dal seno materno contiene una quantità di zuccheri assai maggiore rispetto a quella presente nel latte di mucca intero. Non solo la quantità di zucchero del latte vaccino e del latte umano è diversa ma anche la sua qualità. Lo zucchero, nel latte umano, è in larga parte lattosio, oltre a piccole quantità di altri oligosaccaridi.
Il lattosio è più facile da digerire per il bambino piccolo e migliora l’utilizzazione delle proteine contribuendo al fatto che i bambini nutriti al seno non eliminano quasi proteine, inoltre, un’alta concentrazione di lattosio può favorire l’assorbimento del calcio. Se si aggiunge dello zucchero da tavola al latte vaccino per aumentame il contenuto di glucosio, la corretta crescita del bambino può essere gravemente compromessa.
7. Fermenti Lattici
Questi microorganismi, che si ritrovano nel terreno e nelle piante, sono contenuti in elevate concentrazioni nel latte materno, dove prendono il nome di lactobacilli. Essi andranno a costituire la complessa flora batterica intestinale del neonato, di vitale importanza al fine di poter instaurare condizioni di normalità nel tratto intestinale. Questi batteri saranno ospiti dell’intestino per tutta la vita, proteggendo l’individuo dalla maggior parte delle allergie.
Ma, in sintesi, il latte umano, al contrario della formula chimica, è un alimento vivo
- è specie-specifico (è l’unico latte fisiologicamente adatto al neonato umano)
- è individuo-specifico (ogni madre produce il latte adatto per il bambino che poppa al suo seno in quel momento)
- è in parte sconosciuto (ogni giorno si scoprono nuove sostanze)
- è un modulatore biologico (significa che è molto di più di un alimento, contiene ormoni, enzimi, anticorpi, cellule vive del sistema immunitario, oligoelementi, neurotrasmettitori, fattori di crescita dell’epitelio e del sistema nervoso, e si potrebbe continuare a lungo…) che dà un imput a tutti i sistemi del neonato (immunitario, neurale, digerente, endocrino…) “insegnandogli” a funzionare nel modo corretto
- è variabile (significa che, pur mantenendo certe costanti, cambia con il passare delle settimane, dei mesi, del momento della giornata, di ciò che la mamma mangia e del momento della poppata): in particolare, all’inizio della poppata il bambino assume il latte iniziale, più “acquoso” (che non significa povero, contiene una grossa parte proteica, gli anticorpi, la lattoferrina, la porzione degli zuccheri e tante altre sostanze importantissime che sono idrosolubili) e solo dopo che si è verificato il riflesso di emissione (la calata) il bambino ottiene la parte più grassa, inferiore di volume ma concentrata di calorie e contenente altre componenti, come ormoni e sostanze liposolubili.
Date queste caratteristiche, dovrebbe essere il latte artificiale ad essere valutato alla luce del modello, cioè il latte materno, e non certo quest’ultimo ad essere valutato in base a una proporzione “standard” di nutrienti secondo la formula che le industrie hanno scelto di usare come modello in un dato momento storico.
Se avessimo il modo per analizzare davvero il latte materno in maniera esauriente le industrie dell’artificiale brinderebbero perché saprebbero finalmente cosa esattamente stanno cercando di imitare… non lo sanno, e sono costrette ad andare avanti con quello che al momento si conosce e, soprattutto, per prove ed errori: fatti inevitabilmente sulla pelle dei bambini.
Sei mesi, le nostre conquiste
28 maggio, 2010
Ieri siamo stati dalla pediatra a fare il controllo mensile e ti ha trovato in splendida forma. Dice che sei “un ragazzo di sei mesi”, non un bambino di sei mesi. Quest’ultimo mese hai guadagnato ben 4 cm e 450 gr, quindi sei lungo 72 cm e pesi 9,250 kg, cioè quanto un bambino di 10 mesi!
Ma ben più importante di quanto sei cresciuto mi pare il come tu sia cresciuto in queste ultime settimane! E sì, caro mio, perché hai fatto grandi conquiste tra il quinto e il sesto mese: oltre a guadagnarti la posizione eretta e seduta, a girarti su te stesso, inizi a fare leva sulle tue gambe tutte muscoli e rotolini e fare forza sulle tue braccia morbidose quando sei a pancia in giù. Il tuo vocabolario si è arricchito di tante nuove consonanti, oltre alle /gh/, /d/,adesso abbiamo anche le /t/, /p/, /b/, /m/, dici -ma-ma-ma- e -pa-pa-pa-pa-, dici -eo-(forse Matteo? oppure Leo?), e se vedi Leo, il barboncino di nonna Ansiogena, allunghi la manina e fai il verso del cane -bab-bab-. Stai imparando a battere le manine e quando ascolti la musica muovi forsennatamente le braccia e le gambe e quindi credo che sappia già ballare!!! Sei di una curiosità spaventosa, non ti sfugge niente. Sei proprio espressivo, conquisti sempre più autonomia nel gioco e riesci a farci capire quasi sempre quello di cui hai bisogno, sei assertivo e deciso, anche se mi spaventa di te come ti disperi dei tuoi limiti, quando dopo un po’ che giochi da solo, non riesci a prendere quella palla di stoffa rotolata più in là o quel sonaglio caduto per terra.
Sei socievole e simpaticone, riconosci tutti i membri della famiglia e ti butti fiducioso tra le braccia di gente nuova anche se con la coda dell’occhio mi tieni sempre sotto controllo. Ormai mi riconosci anche se sono lontana, hai imparato ad abbracciarmi, mi cerchi, mi chiami, mi baci a ventosa sugli zigomi o sul mento, mi dai pizzicotti sulle guance e poi mi sbaciucchi la bocca. Adesso vuoi essere allattato preferibilmente solo quando siamo da soli, nel letto e sdraiati e mentre ciucci vuoi tastarmi il viso con le mani, esplorare i miei denti le mie narici le mie orecchie e perderti nel mio sguardo.
Quei tuoi occhi dal colore un po’ grigio un po’ verde intenso mi hanno stregata. In essi si sono fusi insieme la profondità dello sguardo del tuo papà e la forma e l’ansia di scoprire mie. Tanti aspetti dei nostri caratteri riconosco in te, ma la cosa che amo più di te è la tua gioia di vivere, di scoprire, di lanciarti verso nuove conquiste; mi auguro che crescendo, manterrai un carattere espansivo e solare.
Io mi sento come quella ragazzina innamorata a cui chiedono “ma il tuo ragazzo com’è?” e tu non sai descriverglielo e dici semplicemente “bello”. Ma c’è dell’altro ed è la forza dirompente e vitale di un amore che cresce esponenzialmente. Questi occhi e queste mani con cui mi cerchi si sono incisi nel mio cuore e non solo non ha più senso la mia vita di prima, ma un altro cerchio di amore si è aggiunto alla catena che ci unisce. Da quella prima volta in cui mi sono persa nei tuoi occhi dentro la sala operatoria dell’ospedale ad oggi mi sembra passata un’eternità e nello stesso tempo un attimo, che strana faccenda è questo tempo che si accorcia e dilata nella mia testa!
Ah, e poi, stavo dimenticando di scrivere che ieri, per la prima volta, c’è stato il primo rimprovero. Ho voluto testare la mia autorevolezza e, benché temessi di essere troppo debole con te, in realtà ho scoperto di essere capace di dirti di “no”. Ti ho intimato di non mettere in bocca il foglio di alluminio nel quale era avvolto il tuo massaggia-gengive e che volevi toccare per capire cosa fosse. Tu hai capito che facevo sul serio e nonostante tentassi ripetutamente di portartelo in bocca, ubbidivi ai miei “no”. Anche questo nostro nuovo modo di comunicare mi rende sempre più consapevole di quanto la maternità mi abbia potenziata come persona e anche adesso che le tue unghiette sulla mia pelle tracciano delle virgole e degli apostrofi d’amore, i tuoi respiri sul mio collo profumano di latte e ti abbandoni al sonno tra le mie calde braccia, ti guardo crescere e vorrei fermare per sempre tutta questa felicità che sgorga e zampilla grata dai miei occhi.
