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Mi chiamo: Marika

Scrivo su questo blog dal: 2009-05-04 14:46:21

Su di me ti dico che: Sono una ragazza di 29 anni, vivo a Palermo con mio marito Vincenzo e fra poco diventeremo i genitori di Matteo, alias Pollicino. Dopo gli studi umanistici alla facoltà di lettere e filosofia, indirizzo lingue e culture moderne, ho deciso che la mia strada fosse la musica ed ho abbandonato tutto il resto per dedicarmi al sacro fuoco dell'arte... Canto sia per diletto che per lavoro, amo cucinare, scrivere e disegnare. Bè, qualcuno penserà che sono una sognatrice e che la vita concreta pretenda altro da me. Chissà, forse questo qualcuno ha ragione o forse no. Per rappresentarmi vi cito la frase di un libro di Fabio Volo: "... Ma è possibile che ogni volta che parlo di un sogno o di un'ambizione ci deve essere sempre qualcuno che ti guarda e sembra che dica: "diventa grande"? E per gli altri diventare grandi vuol dire non credere più di essere una ballerina, un poeta, un musicista, un sognatore, un fiore. Non li sopporto. Una mattina sono uscito di casa, il cielo era azzurro e limpido, ho continuato a guardarlo mentre camminavo, stavo bene, respiravo a pieni polmoni, al terzo passo ho pestato una merda. Cosa devo fare? Rinunciare al cielo per paura delle merde? No, io no Porcapu**ana!.......... ...io continuo ad osservare il cielo."

Leggi tutti i miei post:



    Nuovi passi verso la crescita

    2 settembre, 2011

    Oggi è il primo settembre. Agosto è finito ormai e non voglio lasciarmelo alle spalle senza prima appuntare nel nostro diario quali altre tappe importanti abbiamo raggiunto questo mese.

    All’età di 20 mesi hai detto addio al pannolino, anche la notte. Solo quando usciamo indossi le mutandine a pannolino. A onor del vero, spesso capita che mi dici cacca quando già è bella e prodotta, perché per l’atto grande preferisci appartarti, in piedi e lontano dalla nostra presenza, altrimenti ti inibisci, ma la pipì non la fai più addosso già da due mesi e dici Mamma gabinetto, quando ti scappa.

    Quasi a volere suggellare il raggiungimento dell’importante traguardo nel tuo sviluppo che è il controllo sfinterico, a me è tornato il ciclo mestruale.

    Sono passati trenta mesi esatti dall’ultima volta che ho sanguinato senza danno. Perché è questo che facciamo noi donne ogni mese quando non siamo incinte e dopo un periodo più o meno variabile di allattamento esclusivo e a richiesta, perdiamo sangue senza essere ferite, senza sacrifici, senza prove di forza, senza tagli. Perdiamo sangue per rinnovare ciclicamente le nostre energie. Quell’ultima volta in cui ho atteso l’arrivo di quel sangue con la speranza mista alla paura di non riuscire ad accogliere di nuovo e dopo così breve tempo una nuova vita dentro me era il 23 febbraio del 2009. Dopo nove mesi e tre giorni, il 26 novembre del 2009 sei nato tu e il 23 agosto2011, a ventuno mesi dal parto, la prima mestruazione da mamma.

    Trenta mesi fa il sangue è stato magicamente trasformato in un bambino attaccato a una placenta che prima di essere carne e sangue e ossa e fluidi e volontà ed energia e anima è stato un’idea velata, un sogno vibrante, un anelito incarnato tra i desideri che non sapevo di avere. Un mese dopo quelle ultime mestruazioni, il tuo cuore batteva già e io mi facevo lentamente madre.

    Al posto di quel sangue che ciclicamente ritorna, il liquido amniotico custodiva e cullava il tuo lento venire al mondo e dopo il parto, fiumi di latte, sangue bianco, per ben ventuno mesi, mi hanno reso più rilassata, più morbida, più bella. Questo primo ciclo mestruale dopo la maternità è stato come un nuovo menarca per me. Adesso so di essere di nuovo disponibile e fertile, qualora io e papà lo volessimo, per un nuovo concepimento. La mia biologia ha stabilito che sei grande abbastanza per potermi dividere con un altro fratello o sorella. Ma io ancora no. Sarò ancora tutta tua per un po’. Vorrei accompagnarti dolcemente verso la fine dell’allattamento prima di prepararmi a una nuova gravidanza e sento che ancora ci vorrà un po’ di tempo.

    Fluire con le risorse biologiche ha creato in me armonia, laddove prima, contrastandole, incontravo difficoltà, frustrazione profonda e dispendio di energia. Sono sempre stata troppo cerebrale e cognitiva, ma oggi so meglio mediare tra bisogni biologici e sociali, scegliere quando e quali delle risorse biologiche disponibili usare, integrandole nella mia vita che così diventa più gratificante e piena.

    Nel mio caso la genitorialità è un percorso che mi ha offerto l’opportunità di recuperare aspetti di cui sono rimasta carente prima di averti. L’intenso contatto con te in questi ventuno mesi mi ha insegnato, trasmesso e acceso il senso della relazione, delle capacità sociali, dandomi una piacevole e nuova possibilità di recupero di percorsi che forse nella mia vita pre-materna mi ero persa. Come per esempio, coltivare e mantenere in vita rapporti di amicizia sinceri e fecondi con altre donne. Questo forte investimento nella maternità e nel legame è corrisposto in me a un aumento della mia creatività e intelligenza sociale che adesso sono pronta a spendere nel mondo del lavoro, nella coppia, nell’organizzazione sociale della vita di famiglia. Ha portato te ad un’alta capacità di autonomia e autostima nella tua crescita, rendendoti un bambino sereno, sveglio, volitivo, assertivo, giudizioso e collaborativo. Adesso provi tu stesso a raccontarmi a modo tuo le storie che ti leggo e ti racconto, tra le tue preferite ci sono Pinocchio, Piccolo giallo e Piccolo blu, il Brutto Anatroccolo, il Piccolo Principe. Di Pinocchio ti fa ridere il personaggio del Grillo parlante, del Piccolo Principe invece ti sono rimasti impressi i baobab che se non vengono estirpati finché sono arbusti rischiano di invadere tutto il pianeta, da te ribattezzati Baobabbe. Inizi a ripetere pure qualche parolina in inglese e a scioglierti in passi di danza sempre più precisi a ritmo di musica.

    Quello che so che è importante per me è avere le idee chiare su che cosa voglio che impari per vivere una vita con interesse e voglia di apprendere…Voglio che tu abbia relazioni ricche, che sia intraprendente, indipendente, originale, che abbia una grande capacità di ascoltare sia te stesso sia gli altri intorno a te…voglio che tu abbia fiducia in te stesso (e in me e tuo padre), che sia capace di riflettere se una cosa è giusta da fare o no…Voglio che tu abbia flessibilità mentale e spirito critico, ecco cosa voglio. Mi sono resa conto che per trasmetterti questi valori, devo essere capace di viverli io stessa: se voglio che tu abbia rispetto per te stesso e per gli altri devo vivere questo valore nei miei confronti, nei confronti di papà e sopratutto nei tuoi confronti. È inutile cercare rispetto che viene veramente dal cuore se non lo merito. Sarà solo una menzogna che nasce dalla paura. Io non voglio che tu impari dai miei rimproveri o modi educativi la paura e il senso di colpa, ma il rispetto e l’amore del bene fine a se stesso. È utopia? Se la nostra relazione è basata sulla connessione, sull’ascolto… non sempre facilmente, ne sono consapevole, ma ho fiducia che solo contrattando e dialogando, posso fare di te un adulto responsabile e libero. La garanzia non ci sarà mai, ma se so giorno dopo giorno che tu ti fidi di me, che non hai paura di quello che dirò, farò nei tuoi confronti, e non ti sentirai giudicato, allora ti aprirai sempre a me quando avrai bisogno, ed è questo per me quello che paga la “fatica” di accompagnarti, dolcemente e rispettando i tuoi tempi, lungo la vita.

    Dono di Dio

    6 luglio, 2011

    Capelli corti corti e sguardo furbetto di chi si crede onnipotente. Libertà, movimento e continue scoperte. E risate, tante risate di gusto. Sei un bambino tanto amato, tutti fanno a gara per fare breccia nel tuo cuore, e ad ognuno dedichi un trattamento diverso riuscendo a farlo contento. Ma il nonno “Valvo” catalizza tutte le tue attenzioni. Lo idolatri e ami pazzamente. Con lui giochi e ridi e ti tuffi tra le sue braccia forti e grandi e ti abbandoni al sicuro.
    Ti piace la gente. Ti piace scrutarla, studiarla, indossare le maschere degli altri per vedere come ti trovi nei loro panni. Il tuo istinto innato e il tuo spirito di osservazione ti fanno fare sempre centro, sai di chi fidarti e di chi no. Ma come fai? Sei un treno, vai dritto per la tua strada e non ti fai piegare da nessuno. Sei allegro e solare, curioso e calmo, affettuoso e spigliato. Ti piace la compagnia ma sai stare anche in solitudine, per terra coi tuoi giochi, coi tuoi libri cartonati e illustratissimi che fingi di leggere. Sei un centauro nato, e ti nutri di tutto quello che ti circonda. Sai leggere i numeri scritti fino a cinque, distingui quattro colori (rosso, verde, giallo e blu), conti fino a dieci e conosci già anche i semi delle carte, coppe, mazze, denari e spade (non che mi piaccia tanto questa cosa, ma papà che te li ha insegnati ne è contento). Sei un bambino collaborativo e un gran ciucciatore. Non ho idea di quanto durerà ancora il nostro allattamento, e non mi importa saperlo. Mi fai ridere quando ti acquatti vicino a me e prima mi fai le carezze e gli occhioni dolci e mi ripeti con la vocina flebile “mamma”, poi vieni sempre più allo scoperto e dici “nenna”, io ti prendo in braccio e mi chiedi “dui!”. Sì amore mio, tutt’e due tue sono! Prendile pure contemporaneamente, e mentre da un lato ciucci, con la mano ti tieni stretto l’altro, e lo tieni pronto per fare il cambio. La nenna fa passare tutte le bue, a volte ti trovi qualche puntura di zanzara sulle braccia o sulle gambe e vuoi che ci spruzzi un po’ di latte ché così il prurito passa. Corri, giochi, ti stanchi, ti avvicini per una ciucciata al volo, ti fai il tuo pit stop in piedi e ritorni a giocare. E da questo andare e tornare apprendi il mondo. Arriverà un giorno in cui magicamente il mondo ti apparirà più interessante e non avrai più voglia e bisogno di ciucciare, allora un altro capitolo nella nostra relazione si aprirà con naturalezza. Ma ancora è presto!
    Tu in braccio a me mentre io faccio colazione che ti ciucci il mio latte, poi ti stacchi, mi rubi un biscotto, poi ti riattacchi, biscotti e latte di mamma! Mi dici chiaro se la tua è fame di nenna o fame di cibo. Vuoi la nenna? No, carne. Vuoi la mozzarella? No tetta! Com’è il latte di mamma? “muomo” (buono).
    Quando siamo tutt’e tre nel lettone e giochiamo a farci il solletico a volte sei tu che offri la tua tetta a noi o con lo sguardo sornione fai finta di ciucciare il capezzolo di babbo. I nostri corpi accartocciati e acciambellati si dimenano tra le risate e gli sbadigli mentre tu, tutto dinoccolato, scali il mio corpo, poi ti giri, ti fai spazio finché, se siamo ancora svegli te ne vai verso il tuo lettino al fresco, altrimenti resti con noi a dormire.
    Io mi fido di te. La nostra relazione mi ha dato tanta fiducia e serenità, e tu sei molto autonomo proprio per questo. È bello averti nella mia vita, amarti esattamente così come sei. Accompagnarti. Ti amo di un amore che nessun altro amore può eguagliare. Ti amo con le mie viscere alle quali ti sei aggrappato per guadagnarti un posto nella vita. Ti amo col mio cuore che batte per un tuo sorriso, per un tuo sospiro. Ti amo con la mia mente che ha imparato a cedere e a mollare la presa ed è un amore totale, perché disinteressato, che gioisce della tua gioia, che si nutre della tua presenza, che non chiede niente in cambio. Tu mi fai migliore. Questa è felicità. Matteo in ebraico vuol dire Dono di Dio. Non lo sapevo che il più grande dono della mia vita fosse la maternità, non lo avrei mai detto che proprio io che fino a prima che ti concepissi mi sentivo la persona più egoista e infantile del mondo riuscissi ad amare così. L’amore è capace di trasformare la sostanza delle cose. Ama, Matteo. Ama te stesso e riempirai di amore la vita di chi ti circonderà, così come stai già facendo.

    Ciuccia ancora!?

    21 marzo, 2011

    Questo articolo è per tutte quelle mamme che allattano i loro bambini più grandi ed è tratto da un capitolo di questo libro.

    L’allattamento di durata normale (definizione che prendo in prestito dalla mia amica Grazia de Fiore) è quell’allattamento che dura finché per voi è conveniente che duri, la cui durata cioè offre un rapporto sereno e piacevole sia alla mamma che al bambino. Questo significa che non esiste un momento uguale per tutti per interromperlo: l’allattamento può durare uno, due, tre, quattro, cinque, sei anni, finché mamma e bambino lo desiderano.

    Leggendo tutta la letteratura medica e psicologica che parla di allattamento però sembrerebbe esserci un’età per lo svezzamento al di là della quale allattare sarebbe per il bambino inutile o addirittura nocivo. I medici sostengono che al di là di una certa età (dai 3 mesi – 6 mesi, ai 9 mesi -12 mesi) il latte materno è insufficiente o inutile dal punto di vista nutrizionale. Gli psicologi invece paventano i rischi di una fusione patologica che impedirebbe al bambino di crescere se lo imbrigliamo in un allattamento “prolungato”. In questa sede io non parlerò di allattamento prolungato ma di allattamento di durata normale, perché la parola prolungato presuppone uno svezzamento dal seno considerato dalla società “normale” che in realtà, come mostrano gli studi più recenti e meno invischiati in logiche commerciali, è precoce e innaturale.

    Perché continuare ad allattare oltre l’anno? La risposta più semplice a questa domanda è perché smettere? Io per prima, quando sono diventata madre, ero convinta che bisognasse allattare per non più di un anno e la prima volta che ho visto una bimba di più di due anni ciucciare sono rimasta scioccata e mi sono detta che mai avrei fatto una cosa simile… per fortuna i figli arrivano per stravolgere tutti i nostri pregiudizi e in realtà oggi non trovo realmente occasioni per smettere di allattare! Oggi so che lo svezzamento, se si è instaurato un rapporto di vera fiducia e di ascolto di se stesse e del proprio bambino, avviene poco per volta, giorno per giorno, senza piani stabiliti. Ma oltre a questo semplice buon senso (continuo ad allattare perché né io né il mio bambino vogliamo smettere), è opportuno sottolineare che in realtà gli ultimi studi sia in campo medico che in campo psicologico stanno sovvertendo quello che si credeva un tempo e che quindi allattare oltre l’anno in realtà non sia per niente un “vezzo”. Il latte materno continua ad essere un alimento di prima scelta in grado di fornire al bambino tutti i nutrienti di cui ha bisogno, i fattori immunologici continuano a proteggere il bambino e, anzi, man mano che il bambino cresce e ciuccia meno, la loro concentrazione nel latte aumenta. Oggi si sa che per alcune malattie, la protezione a lungo termine è tanto più significativa quanto più a lungo è durato l’allattamento. Anche sulla salute della madre i vantaggi sono tanto più importanti quanto più a lungo è durato l’allattamento. I vantaggi psicologici di un allattamento di durata normale sono stati meno esplorati, e sfortunatamente si trovano in giro più spesso testi che parlano dei rischi di allattare a lungo. Tuttavia basta vedere i bambini che sono stati allattati per due anni e più (anche tre, quattro, cinque anni…) per rendersi conto che sono maggiori i benefici.

    Il bisogno di suzione nel bambino dura ben oltre l’anno. La nostra società indulge compiaciuta per il bambino che si ciuccia la coperta, il ciuccio, il biberon, il pollice e si scandalizza per il bambino che trova conforto nel seno di sua madre! Evidentemente il primo è considerato più “autonomo”, traendo più soddisfazione da un oggetto anziché da una relazione con un altro essere umano… (e se questo non dimostra su che cosa è fondata la nostra società dei consumi!).

    Vogliamo parlare del conforto che dà ciucciare e accoccolarsi al seno di mamma quando si è malati, quando si è tristi, quando si è fatta la “bua”?

    Oltre al conforto, possiamo continuare parlando del piacere nella soddisfazione di quella voglia di coccole che si ha quando si è un bimbetto trotterellante che scopre il mondo senza fermarsi un secondo. Nelle poppate sia il bimbo che la mamma si fermano un attimo, tirano un sospiro di sollievo prima di riprendere i ritmi frenetici della vita quotidiana. Soprattutto quando la mamma lavora e il bambino sta molte ore separato da lei, quanto sollievo dà la “poppata di ritrovamento”!

    A volte la modalità di svezzamento distrugge tutti gli effetti positivi dell’allattamento di durata normale. Ci sono società guerriere che strappano bruscamente i bambini dal seno delle madri per temprarne i caratteri e farne persone più aggressive. A me sembra che nel mondo attuale di aggressività ce ne sia fin troppa…(il post sullo svezzamento è in preparazione)

    Fare qualcosa che è visto come eccentrico dalla cultura nella quale si vive non è mai facile, non solo perché non si hanno modelli di riferimento coi quali condividere le gioie e i dubbi della propria scelta senza essere criticata come una madre morbosa. Tutte le autorità mediche, psicologiche e sociali tendono a stigmatizzare le mamme che continuano ad allattare oltre l’anno. Qualsiasi cosa questa povera madre farà sarà incompresa e trattata con ostilità. Se si lamenterà di non avere un attimo per se stessa, o che è stanca o che si sente “divorata” da un piccolo “parassita”, quale sarà la risposta? Ma è ovvio: Smetti di allattare! Se è una madre sola che si rivolge ai servizi sociali o a uno psicologo, il fatto che allatta farà un pessimo effetto, se il suo bambino fa fatica a separarsi da lei più del figlio dei vicini che non è allattato, le verrà detto che è normale e che è colpa dell’allattamento.

    Per vivere bene un allattamento di durata normale ci sono alcune cose che si possono fare e altre da evitare:

    – nella misura in cui sia possibile, tapparsi le orecchie di fronte ai commenti negativi. Più saremo convinte della nostra scelta meno saranno tentati a intromettersi quelli che ci criticano.
    – Per non attirare a sé i commenti negativi cercheremo di essere discrete. Man mano che il bambino cresce faremo con lui dei piccoli “patti”: “non si ciuccia a casa della nonna” “non si ciuccia fuori da casa nostra” etc.
    – Se si sceglie di allattare in pubblico cercheremo di vestirci con un abbigliamento spezzato e adotteremo col bambino un codice non comprensibile dall’esterno per chiederci di ciucciare.
    – Non si tratta di vivere in esilio dalla società. Se siamo abbastanza sicure e convinte di fare la cosa giusta, sarà anzi un bene non nascondersi quando si allatta un bambino grande. È il solo modo perché l’allattamento di durata normale ritorni ad essere la norma nella nostra cultura.
    – Ma la vera cosa che ci permetterà di vivere bene il nostro allattamento di durata normale e il tipo di maternage che ne deriva è prendere le distanze dal mainstream che sopravvaluta l’autonomia precoce del bambino: prima farà le cose (camminare, parlare, dormire da solo senza risvegli, togliere il pannolino, separasi da sua madre) meglio è. Questa precoce autonomizzazione non è naturale, un bambino di due anni non deve essere autonomo, i bambini che sono stati spinti fuori dal nido troppo presto rischiano di non sapere mai volare bene.
    Un bambino a cui non è stato permesso di essere dipendente il tempo necessario per lui (e ribadisco, ogni bambino è diverso dall’altro) è costretto alla fine a farsi da mamma da solo e può sviluppare quello che gli psicologi chiamano il “falso sé”. In effetti il vero sé, il sentimento di essere se stessi, una persona indipendente, può svilupparsi solo se il bambino in un certo periodo ha potuto avere l’illusione di essere onnipotente rispetto al suo ambiente, che le cose accadano per sua volontà…

    È sicuramente la cosa più difficile da comprendere, soprattutto al primo figlio e quando si vedono i bambini delle altre che sono meno “appiccicati” alla loro madre. Come credere, se non lo si è vissuto, che questi bambini appiccicosi e tetta-dipendenti diventeranno dei bambini realmente autonomi, indipendenti, curiosi del mondo e della vita?

    Ovviamente la relazione di allattamento evolve assieme all’età del bambino. Il compito impegnativo di una mamma è sapere rispondere alle domande di poppare del bambino, che non è più un bisogno come quando aveva due mesi, ma un desiderio che in quanto tale, non è necessario che venga soddisfatto né immediatamente né integralmente. Un bambino grande chiede il seno non solo se ha fame, ma anche per consolarsi dopo una caduta, per tranquillizzarsi in un momento di stress o fatica, per rompere la noia… la madre può quindi proporre alternative alla poppata (leggere una storia, fare un gioco, andare a fare una passeggiata, proporgli un gelato…). Questa evoluzione dell’allattamento va di pari passo con la ricerca del modo più opportuno di porre dei limiti ai nostri figli, ed è una condizione indispensabile affinché il seno non sia un tappa-bocca come il ciuccio, che alla fine impedisce al bambino di esprimere i suoi bisogni e i suoi desideri e rende la madre schiava di un bambino che la divora ma anche onnipresente, che tutto può e che respinge il padre da questa relazione, non lasciandogli nessuno spazio tra il seno e il bambino. Molte madri di bambini che ciucciano a 2 o 3 anni si sentono oppresse da questa dipendenza reciproca, da queste giornate sole con loro. Ma ciò che è in discussione non è l’allattamento di durata normale, è anche la società che non è attrezzata a supportare le madri che scelgono di svezzare in maniera naturale i propri bambini. Il bambino di due- tre anni non è fatto per stare tutto il giorno con la madre e la madre non è fatta per stare tutto il giorno con suo figlio, senza la compagnia e la conversazione di altri adulti. I bambini di questa età dovrebbero essere liberi di andare e venire tra compagni di gioco, attività libere (e non sempre pianificate dall’adulto) e la possibilità di ritornare di tanto in tanto alla loro “base sicura”, riprendendo energie per poi lanciarsi verso la scoperta del mondo. Ancora una volta, è una società basata sulla famiglia nucleare abbandonata a se stessa che ha difficoltà a trovare spazi di aggregazione e condivisione a rendere difficili le relazioni all’interno della famiglia stessa. Concediamo ai bambini di essere bambini, con i loro sacrosanti bisogni, desideri e aspettative, perché è solo in questo ritmo tra la contrazione e l’espansione che si sviluppa una personalità che saprà scegliere liberamente quando sarà il momento di spiccare il volo.

    Nota bibliografica:

    Jack Newman – Grazia de Fiore, Svezzamento e allattamento, Coleman Editore

    Carlos Gonzales, Un dono per tutta la vita, Il leone verde editore

    Claude Didierjean-Jouveneau, Allattamento materno, tutto ciò (o quasi) che bisogna sapere, Coleman Editore

    Pollicino: un bambino portato

    18 febbraio, 2011

    Nella mia esperienza è stato più facile e naturale per me essere una mamma ad “alto contatto” come mi piace definirmi, perché avere il mio bambino addosso mi ha facilitato allattare a richiesta, mi ha concesso di continuare a gestire la casa, lo studio, i viaggi. Imbattermi nelle contraddizioni della nostra cultura che porta all’allontanamento precoce dei bambini in nome di una presunta autonomia, spesso è dura, non riesco a capacitarmi di come si faccia a non capire che il bisogno di contatto è la norma per l’essere umano e che il contatto costante con la propria madre, lungi dall’essere un vizio, consente al nuovo nato di crescere in amonia sia fisicamente che psicologicamente.

    Pollicino ha da sempre fatto capire che il posto che gli spettava era tra le nostre braccia, e d’altro canto io ho sempre sentito l’istinto di tenermelo vicino il più possibile, convinta che il tempo in cui i bambini stanno in braccio è una parentesi talmente breve nella vita dei genitori che voglio godermela appieno. Ogni volta che la gente per strada vede me e il mio bambino in fascia e mi chiede se sia comoda come sembra, non posso fare altro che comunicare tutto il mio entusiasmo riguardo alla mia personale esperienza di mamma a contatto continuo. Trovo che la fascia ad anelli, che fra i vari supporti per portare i bambini è quella che conosco per presa diretta, sia molto pratica perché il bambino sale e scende agilmente ed è versatile, ho iniziato ad usarla che aveva quattro mesi ed è utile anche adesso che Pollicino ha 15 mesi e vuole scendere spesso giù. La considero la “nostra” fascia, quella che deve essere pronta ogni volta che usciamo! Adesso Pollicino cammina molto da solo, gli piace molto, ma a volte si stanca o per comodità mia preferisco tenerlo su, quindi con la fascia non mi stanco le braccia. Unico accorgimento: portando per molto tempo di seguito con la fascia ad anelli si rischia di stancarsi quindi bisognerebbe alternare le spalle, per non incorrere in mal di schiena… Nonostante ciò, non potrei farne a meno, sono salita pure sulla Stromboli con il mio Pollicino viaggiatore in fascia, quindi figuratevi!

    Eccovi quelli che secondo me sono 10 buoni motivi per portare il vostro bambino
    per ulteriori informazioni vedere anche

    questo articolo di barbamamma

    http://www.contattocontinuo.org/

    Grazia de Fiore, Portare i bambini, Contatto continuo, come e perché, Coleman edizioni

    1. offrire il luogo ideale per un neonato: Oltre ad offrire una migliore termoregolazione, il bambino portato dai genitori è più sicuro, può essere nutrito dai seni della madre, riscaldato dal calore del suo corpo e protetto dalla sua presenza.

    2. ridurre il pianto del bambino: I bambini delle civiltà non industrializzate sono più calmi perché vivono a contatto continuo con la madre o chi la sostituisce. Studi scientifici dimostrano che il pianto serale che aumenta nelle prime settimane di vita e si riduce intorno ai quattro mesi – attribuito alle coliche – si ridurrebbe se i bambini venissero tenuti più tempo in braccio o su un supporto portabebè.

    3. migliorare lo sviluppo fisico: La fascia è come un utero con vista. Il bambino portato ha un atteggiamento attivo nella relazione con chi lo porta, spingendo le gambine, tirando il collo per aggiustarsi e accovacciarsi comodamente. I bambini portati tendono ad essere più sani rispetto a quelli non portati che costretti a stare molto tempo nella culletta attivano gli ormoni dello stress e sciupano le energie altrimenti impiegate per crescere.

    4. favorire un migliore sviluppo corporeo:In fascia il bambino mantiene la corretta postura sia della schiena che delle anche, inoltre la posizione verticale evita le risalite di materiale acido dovute all’immaturità del cardia dei neonati (reflusso del lattante). Studi scientifici evidenziano altresì che i bambini portati iniziano a camminare prima di quelli che passano molte ore nel passeggino, perché stimolati dal movimento del corpo di chi li porta.

    5. migliorare la comunicazione: un bambino che sta alla stessa altezza dei genitori e partecipa ai loro gesti quotidiani riceve i giusti stimoli per interagire con l’ambiente che lo circonda.

    6. offrire sicurezza: rispetto ai passeggini ai quali i bambini vengono relegati per ore quando usciamo, la fascia protegge dalle inalazioni dei gas di scarico delle auto e in caso di pioggia o vento diventa anche più facile coprirli.

    7. rinforza la fiducia in sé del genitore: Tenendo il bambino sempre vicino il genitore impara a riconoscere i diversi tipi di pianto e i diversi bisogni del bambino e a capire ancor prima che il bambino pianga se ha fame, è annoiato, è sporco o sta male. Questa capacità di riconoscere i bisogni del bambino rinforza la fiducia nelle competenze genitoriali.

    8. rinforza l’autostima del bambino: Quando un bambino si trova fra le braccia di qualcuno prova un senso di armonia, di totale benessere. il bambino sente che è il posto giusto per lui(…) Senza questa certezza un essere umano di qualsiasi età viene privato della stima di sé, del senso dell’io. Il senso di positiva accettazione è fondamentale per gli individui della nostra specie (Liedloff)

    9. è conveniente: Passeggiare tra la folla è meno ingombrante che con un passeggino. Se uscire da casa con un bambino comporta una serie di preparativi e sforzo fisico si preferisce non uscire o lasciare il bambino a qualcuno. Con la fascia si riprende la vita di tutti i giorni con qualche differenza ma anche prima di quanto non ci si aspetti e si può allattare ovunque e con dicrezione.

    10. economico e divertente: il costo di una fascia si aggira fra i 35 e i 150 euro, viene usata fino a due/tre anni e si può realizzare anche da sé a costo zero. Quando il bambino è piccolo è gradevole tenerlo vicino, ma anche quando è grande risulta più facile conversare con gli altri e osservare le reazioni del bambino che trovandosi ad altezza d’occhio di un altro adulto interagisce meglio.
    Se siete interessate anche voi alle fasce e volete sapere dove trovarle scrivete a domodamablog@yahoo.it

    L’epifania che tutte le feste porta via

    5 gennaio, 2011

    La Befana vien di notte
    con le scarpe tutte rotte
    con le toppe alla sottana
    Viva, Viva La Befana!

    C’è una vecchia brutta e gobba, col naso adunco e il mento appuntito, con gli stracci rattoppati e tutti sporchi di fuliggine che nella notte del 6 gennaio, a cavallo della sua scopa, si posa sui tetti delle case, si infila dentro i camini, scruta nei cuori dei bambini ai quali dona dolci o carbone a seconda se il loro cuore sia buono o cattivo. Sai, Pollicino, l’Epifania è una di quelle feste, assieme a quella dei morti, che mi piacciono di più, perché è sopravvissuta quasi indenne all’addomesticamento del Cristianesimo, mantenendo tutto il suo folklore e raccontandoci qualcosa di più del passato agreste dal quale proveniamo. Il termine “Epifania”, di origine greca, che significa “manifestazione” della divinità, è stato utilizzato dalla tradizione cristiana per raccontarci della prima manifestazione della divinità di Gesù Cristo, avvenuta in presenza dei re Magi. Nella tradizione popolare però il termine Epifania, storpiato in Befana, ha un significato diverso, e si sovrappone alla figura di una vecchina particolare che scende nei camini, lì dove c’è il focolare domestico.

    Come la festa dei morti, molte altre festività hanno un’origine rurale (il Natale, santa Lucia, La Pasqua, il Carnevale etc etc.), e affondano le loro radici nel nostro passato agricolo. Così è anche per la Befana.

    Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. La notte del 6 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca (ecco perché la befana ha le vesti lise e rattoppate), Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo (ecco perché a cavallo di una scopa), per far sì che potesse rinascere dalle ceneri (ecco il perché del carbone e della fuliggine) come giovinetta Natura, una luna nuova.

    Prima di perire però, la vecchina passava a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi che sarebbero nati durante l’anno successivo.
    La vecchina sulla scopa, brutta come una strega ma buona come una fata è quindi ciò che rimane ancora oggi di antichissimi riti legati al Solstizio d’inverno e conclude i dodici giorni di celebrazioni di una festa, quella dedicata al passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo che quasi tutte le tradizioni della terra (vedica, cinese, pagana etc…) hanno sempre celebrato, indipendentemente dal Natale. In questo periodo dell’anno per esempio gli antichi romani celebravano Giano (da cui deriva gennaio, january), il dio dei passaggi e delle porte, che aveva la testa bifronte perché guardava sia al passato che al futuro, altre culture nordiche celebravano invece divinità femminili come Brechta e Holle, le dee della Luce e della Fortuna.

    La versione “addomesticata”dal cristianesimo di questo mito ancestrale della vecchina che dispensa doni, racconta che i Re Magi, mentre si stavano recando a portare i loro regali a Gesù bambino, persero la strada e chiesero informazioni ad una vecchia che rispose alle loro domande ma, nonostante le loro insistenze, non accettò di accompagnarli a far visita al neonato. In seguito la vecchia si pentì di non essere andata con loro e, dopo aver preparato un gran cesto pieno di dolci, uscì per cercarli, fermandosi ad ogni casa che incontrava lungo il suo cammino per lasciare i suoi doni ai bimbi, nella speranza che uno di questi fosse Gesù. La vecchia però non riuscì mai a ritrovare i tre Magi e nemmeno il bambino, e da allora vaga per il mondo, distribuendo dolci ai fanciulli nella speranza di essere perdonata.
    Evidentemente questa storia permeata di patimento e speranza era più confacente ai presupposti cristiani, ma anticamente, prima ancora che il cristianesimo annullasse tutte le feste pagane e legate ai culti dedicati alla Grande Madre Terra, sovrapponendo il proprio calendario liturgico a quello pagano, le cose non erano proprio così. La Festa della Luce che andava dal 25 dicembre al 6 gennaio, era una gioiosa celebrazione dei cicli della natura e ancora oggi nella befana possiamo scorgere, nonostante sia stata resa brutta e vecchia, una parvenza della Dea di Luce e Fortuna che si celebrava in questo periodo dell’anno. Non è un caso che tutt’ora il giorno dell’Epifania sia legato all’estrazione della lotteria e durante tutto il periodo natalizio ci si riunisca in casa con amici e parenti a giocare a carte o con la tombola e a tentare la sorte. Questo riunirsi a giocare dimostra come certe usanze siano passate indenni al trascorrere del tempo o alla demonizzazione delle feste pagane da parte di altri culti che si sono imposti successivamente.

    Dice un’amica mia, Daniela Thomas che “le ricorrenze, proprio perché sono cicliche, ci riportano non solo a ciò che evocano, ma anche a noi stessi, a com’eravamo un anno esatto fa, ai nostri desideri, alle intenzioni che abbiamo coltivato, e se si sono realizzate o no, se erano semi vivi e vitali e se il terreno era fertile e se siamo stati in grado di lavorarlo bene ecc ecc. E quindi le ricorrenze sono un momento di crescita”. Proprio perché possono essere un momento di crescita, le festività vanno preservate da chi le sminuisce, preso com’è dalla furia di produrre e consumare che è la cifra di questa nostra modernità. In questi giorni di feste ho riflettuto parecchio sai su tutta questa modernità che appiattisce tutto, non perché io sia un laudator temporis acti, sono felice di essere nata in questa epoca e non in un’epoca come il medioevo e a dire il vero, sono un po’ scettica nei confronti del “naturalismo” che va di moda per ora, perché penso che indietro non si torna e bisognerebbe piuttosto sapere coniugare le sfide della modernità con i bisogni biologici che ci legano alla Terra. Riflettevo in realtà su che cosa abbia da insegnarmi oggi la festa della Befana in una modernità che ha quasi annullato il lato femminile delle cose e stravolto il corpo delle donne. Figlio mio, tu sei un uomo, ma in quanto figlio di donna e in futuro, compagno a tua volta di una donna, e chissà, ti auguro un giorno padre, ma indipendentemente da tutto, comunque individuo con una parte maschile, predominante, e una femminile latente in te, le riflessioni che faccio ti riguardano lo stesso. Quando parlo di modernità che si è imposta a discapito del corpo delle donne – cosa che non ha fatto sul corpo degli uomini – così come si è imposta sull’ambiente, inquinandolo, mi riferisco al fatto che secondo me il progresso tecnologico e scientifico ha reso le donne sempre più simili agli uomini apparentemente, ma in realtà sempre più deboli rispetto al passato perfino socialmente e politicamente. So che può sembrare un paradosso quello che sto scrivendo: oggi rispetto alle suffragette abbiamo fatto tanti passi da gigante, ma qual è la strada che ha portato da “Il corpo è mio e lo gestisco io” ad oggi? Che direzione hanno preso le rivendicazioni femministe delle nonne sessantenni di oggi?

    Con la pillola anticoncezionale programmiamo il nostro corpo come un computer, negandoci alla ciclicità rigeneratrice della natura. Ieri ho visto una pubblicità alla tv che mi ha fatto venire i brividi. Apparentemente innocua e “amica delle donne”, sponsorizzava un computer che calcola i tuoi giorni fertili e mostrava una ragazza moderna e sbarazzina in cui tutte noi facilmente ci identifichiamo, che cercava l’amplesso solo quando era il computer a dirle che era il momento giusto, attraverso una spia verde, per avere rapporti mirati alla fecondazione. Sin dal concepimento noi donne non siamo neppure padrone del nostro corpo e del nostro desiderio, non siamo più in grado di ascoltare i suoi segnali, ma confuse, annichilite da chi dall’esterno ci indica come e quando e perché perfino nella sfera sessuale. Per non parlare di quando, incinta, la donna viene monitorata costantemente con ecografia, amniocentesi, test dei villi coriali, diagnosi prenatale e chi più ne ha più ne metta! Con la smania di controllare e manipolare tipica della modernità frettolosa, solo apparentemente in nome della tutela della vita, la donna in gravidanza non è una donna incinta ma l’incubatrice del suo bambino (che si chiama già così quando appare la riga blu nel test…), scrutata dentro all’utero, tutelata come un’incapace con una medicalizzazione preventiva fino ad arrivare al 65% di cesarei al Sud.
    Oggi è possibile avere figli con uteri in affitto, donatori di sperma o di ovuli, fecondazione in vitro, per fare figli oggi è superfluo il corpo delle donne! Ma la cosa aberrante è che l’idea che la vita nasce dentro il corpo delle donne, che la donna incinta è un’unità inscindibile e non l’incubatore di una “Vita” non c’è più, e le donne sono complici di questa svendita. È avvenuta una progressiva separazione tra la madre e il feto e chi ci ha perso non sono solo le donne, ma la nostra umanità intera. Non sto dicendo che i progressi della medicina siano dannosi, anzi, la medicina deve andare avanti per consentire uno stile di vita il più possibile rispettoso della “Vita”stessa, ma anche dei suoi tempi e dei suoi rituali. La donna è sempre più reificata, mummificata da una chirurgia estetica che le impone di non invecchiare. Tutti gli aspetti della natura femminile, la pubertà, la gravidanza, l’allattamento, la menopausa, il ciclo mestruale tendono sempre più ad essere negati, sminuiti, addomesticati…
    Oggi esistono farmaci che bloccano il ciclo promettendo di affrancare per sempre la donna dalla maledizione di disturbi piccoli e grandi: dalle mestruazioni dolorose, le cefalee, lo stress da “iperproduttività” causato dalle continue ovulazioni, fino a patologie dai nomi oscuri e terribili: policistosi ovariche, tumori al seno e all’ovaio. Una volta sottoposte alla nuova terapia “liberatoria”, il processo di controllo del corpo femminile è così completato, dato che già con il cesareo le donne sono state private del parto (esperienza iniziatica per eccellenza);con la formula artificiale, dell’allattamento (così siamo “libere” di non provare il piacere fisico ed emotivo di nutrire al seno, il contatto profondo e la sintonizzazione sui bisogni del piccolo, e le ondate di amore guidate dagli ormoni); con la terapia sostitutiva, della menopausa (la fornace che brucia e decanta le energie pesanti e le tossine di una vita, per preparare il corpo ad energie più sottili). Via le mestruazioni, ed ecco reciso l’ultimo legame con le energie e cicli della terra e del cosmo, per essere finalmente libere di lavorare e produrre come un uomo, libere di non sentire, di non fluire, di non cambiare. La massima manifestazione di forza del corpo delle donne – sanguinare senza danno, anzi con rinnovamento ciclico delle energie – è diventata una patologia da curare… così come si “cura” la pubertà (gli “squilibri” ormonali – ma perché mai dovrebbe essere sempre tutto fisso, uguale a se stesso?), la gravidanza (con terapie ”preventive”, esami inutili e sempre più invasivi), il parto (equiparato ad un intervento chirurgico, con sistematiche mutilazioni – l’episiotomia, il cesareo spesso in oltre la metà dei casi), l’allattamento (con le pillole per far venire o mandar via il latte, la dittatura di orologi e bilance), la menopausa, la vecchiaia attraverso una chirurgia estetica che tende a negare la vitalità a volti sempre più omologati e simili a delle maschere carnevalesche.
    Che ben vengano allora feste antiche e archetipi come la Befana, che ci riconciliano con la nostra natura e con la natura tutta, prima di dimenticarci del tutto di appartenere alla terra e che sottostare alle sue leggi cicliche non è una maledizione.

    Fonti: www.wikipedia.it, www.ilcerchiodellaluna.it, www.consapevolmente.org, www.carabefana.it.

    Parole che camminano da sole nel giorno del tuo primo compleanno

    29 novembre, 2010

    Le parole sono i nomi delle cose, Cratilo nel Simposio di Platone diceva che non sono mai casuali. Neppure le parole di un bimbo di un anno, aggiungerei io.

    “Matteo, chi sono io?” – “Ma ma ma ma” mi ripeti ora distratto ora con lo sguardo furbetto perché sai di farmi contenta.

    Come è divertente sentirti battezzare ogni oggetto di forma sferica indistintamente Paal: perla, pomello, lampada, arancia, mela, palla, pallina, tappo, rotella, tovaglia con una fantasia di frutti tondi o bolle, diventano tutti Paal; ogni quadrupede eccetto il cavallo che è ‘ncla ‘ncla, ed il gatto che è Mii , è un Bab, ogni macchina, motore, autobus, camion, ma anche aspirapolvere, lavatrice, trolley o frullatore è un Brum brum.
    Pane (Pae), pappa, pianta (albero o foglia), pesce e papà (tutti accorpati in un unico fonema jolly, Pa) e Di-di (zio Gigi, il tuo compagno di giochi), Le le le (Leo, il barboncino di nonna) e GOOL (ogni volta che vedi giocare a calcio) sono altre parole contemplate nel tuo rudimentale vocabolario. Eh-Eh-Eh-Eh-Eh è il verso petulante accompagnato dal tuo ditino che ti aiuta a indicare o a chiedere qualcosa. Effu ff ff è il vento, ma anche il ventilatore o le girandole appese ai balconi, o il phon e quindi soffi sul tuo piatto per raffreddarlo e da qualche giorno ti stiamo facendo fare le prove per spegnere la candelina del tuo primo compleanno, ma soffi anche sui miei capelli quando mi vanno davanti agli occhi per spostarli come fa il phon. Se interrogato e non distratto da altro, giochiamo a indicare tutte le parti del corpo, capelli, occhi, naso, bocca, mani, piedi, pancino, pisellino… li vai cercando sempre col tuo solito ditino ed io ti acchiappo e ti stritolo di baci perché sei un buffoncello e il mio soldo di cacio da ottanta cm e undici chili, con sei sparuti denti ed un’energia vulcanica…
    Scali i mobili i divani le sedie i letti, il tuo sport preferito adesso è lo step, perché fai sali e scendi dal gradino del bagno, ti aggrappi al bidet, vuoi aprirne il rubinetto, gattoni libero per tutta la casa ed io a starti dietro senza farmi vedere il più delle volte per impedirti di toccare tutto ciò che non puoi toccare (prese, cavi, e quant’altro) e nel contempo per non trasmetterti ansia o il gusto del proibito. Cammini già da una decina di giorni, i primi giorni stavi in equilibrio sulle tue gambe senza appiglio e ti lanciavi a fare i primi passi da solo gettandoti tra le nostre braccia festanti con un sorriso soddisfatto, ora invece sei più sicuro e addirittura vorresti che ti lasciassi la mano mentre siamo in giro per negozi. Sei troppo buffo perché ti lanci a camminare con le mani in avanti come gli zombi del video Thriller di Michael Jackson e prima di lanciarti ti segni a mente il percorso che devi fare per vedere se ci sono ostacoli o appigli a metà strada dove aggrapparti nel caso in cui perdi l’equilibrio: in questo modo, da un paio di giorni ti sei lanciato alla conquista delle tue bipedi esperienze ed io sono tanto felice di vederti così orgoglioso di te. Adori il gioco del girotondo, ti butti giù per terra prima che finisca la filastrocca e batti le manine festoso. Al tuo occhio di lince non sfugge nulla, sei un attento osservatore e mi sorprendi continuamente delle tue spiccate doti comunicative ed empatiche. Hai un orecchio bionico quando senti musica ballabile, parti in quarta muovendoti come un ossesso, facendo avanti e indietro con la schiena, destra e sinistra con la testa, su e giù con le ginocchia e roteando le mani come un danzatore di flamenco. Sai guardare e studiare le persone e per ognuna riservi un trattamento diverso, hai uno sguardo molto profondo e decisamente curioso, mi fai morire dal ridere quando tutto assorto e impegnato, non ti giri neppure se ti chiamo ad alta voce e incastri pinze o impili bicchieri, apri e chiudi sportelli e cassetti, viti e sviti barattoli, provi ad inforcare il cibo con una posata, premi i tasti del telefonino e riesci a cambiare le suonerie, cosicché quando mi squilla il cellulare io non lo riconosco mai.

    Pronunci le tue parole come se pronunciassi una formula magica e nominando il mondo che ti circonda, a poco a poco lo chiami all’esistenza, così come fecero i primi uomini quando davano nomi alle cose e tutto per loro era nuovo. All’alba della Storia, anche i loro occhi, come i tuoi, dovevano essere scintillanti di stupore e anche le loro parole, le pronunciavano con sacralità, a volte sussurrandosele per tenerle a mente, altre volte spalancando la bocca e gridandole al mondo intero. Immagino che lasciavano che le cose nominate risuonassero dentro di loro ad evocare qualcosa che a noi adulti evoluti non evocano più.

    Una nuova me, non più Marika, ma Ma-ma-ma, oggi compie un anno ed io mi specchio attraverso il tuo sguardo che luccica di stupore e meraviglia. Ripercorro a ritroso il cammino che dall’indeterminata e incerta esistenza della prematernità mi ha portata a con-tenerti in un liquido abbraccio prima ed a tenerti per mano mentre ti lanci vacillante ed entusiasta alla conquista del mondo, adesso.
    Ti sono grata di avermi fatta tua madre; sei stato un sogno, ora stai crescendo, perché come scrivevo un anno fa “ciascuno cresce solo se sognato”. Oggi quel verso di Danilo Dolci mi ha insegnato che nell’attesa, io non stavo sognando solo te, io stavo sognando me stessa e imparando a sognarmi solo ora sto crescendo. Un anno fa non avrei mai potuto neanche lontanamente immaginare di conoscere la figlia di Danilo Dolci, Libera, né che avrei intrapreso una strada che mi avrebbe condotta a crescere come persona e a mettermi al servizio degli altri. Tutto questo perché tu sei nato ed hai aperto una strada nuova nella mia esistenza, come una breccia che emana luce e rischiara le ombre da dove siamo usciti.

    Oggi 26 novembre 2010 compi il tuo primo anno. Non arrivo a comprendere quanto in fretta sia trascorso il tempo, ma è volato in un soffio. Da grande non te ne ricorderai, ma è l’anno più importante. Ti facciamo una grande festa perché siamo felici che tu sia nato, stasera andremo in una ludoteca dove giocherai assieme ad altri bimbi con tanti giochi e ti divertirai un mondo.
    In questi 365 giorni ho cercato di essere una madre sufficientemente buona donandoti quella serenità di sentirti amato per come sei. Mi piace credere che è per questo che sei un bambino sereno, indipendente, volitivo curioso e sicuro di te.
    Non ti ho mai “insegnato” a dormire applicando il metodo estivill, o altri “metodi” come se tu fossi un cane da addestrare, ma ho sempre rispettato il tuo spazio e il tuo tempo facendoti accedere incondizionatamente alle mie braccia e al mio seno, nella convinzione che dormire e mangiare da adulti siano, come camminare o parlare, funzioni fisiologiche che si conquistano con la maturazione del nostro sistema nervoso e che intervenire perché ci si abitui precocemente, laddove non sia controproducente può risultare quantomeno inutile.
    Fiumi di latte, non solo per nutrirti, ma anche per dirti “Io sono qui con te”, quando ancora non capivi le mie parole e guardavi il mondo solo dalla prospettiva del seno, hanno innaffiato il nostro legame rendendolo speciale, ti ho sempre allevato tenendoti tanto tempo addosso e vicino a me, sia di giorno che di notte e così sono diventata per te una base sicura dalla quale ti stai lanciando verso il mondo. Chiunque ti vede si stupisce di come io posso lasciarti a persone che tu conosci e che ti stanno simpatiche senza che cerchi la mia presenza o sia in ansia durante la mia assenza.
    Ho cercato di non tenerti impacchettato nei pannolini praticando seppure con poco successo l’igiene naturale ed ora mi sono cimentata pure nella cucitura dei pannolini lavabili pur di non farti assorbire metalli pesanti e sostanze inquinanti attraverso la pelle del tuo culetto.
    Non ti ho mai costretto a finire il piatto facendo l’aeroplanino o distraendoti ma ho da sempre praticato l’alimentazione complementare a richiesta così da permettere al tuo stomaco di regolare da solo il senso di fame.
    Ma, cosa più importante, in questo anno ti ho regalato la mia disponibilità a ribaltare tutte le mie convinzioni pregresse, a informarmi di più, rimettermi in discussione, ridisegnare i contorni del mio mondo.
    Ti ho regalato il mio tempo e la mia indipendenza da te perché ora che siamo “grandi” il nostro rapporto è cambiato, ed ancora cambierà, crescerà. Tutto ciò non mi è costato fatica o sacrificio, perché i tuoi bisogni non sono mai stati lontani dai miei bisogni.
    Ancora una volta mi rendo conto di come sia stato tu ad avere fatto il regalo più grande a me con la tua esistenza, perché da quando ci sei tu la vita mi ha fatto sapere che al mondo non esistiamo solo noi o il nostro mondo intorno, ma c’è molto di più bello e importante. Tu hai spostato tutti i miei confini e mi hai reso capace di impegnarmi a diventare io stessa il cambiamento che desidero avvenga nel mondo lì fuori e a smetterla con l’essere indifferente, pessimista e a delegare sempre agli altri.

    Ho capito allora quale può essere il mio regalo per te oggi. Ha la consistenza e il peso di una promessa. Ti regalerò la mia me migliore, la mia gioia di vivere e di fare bene, cercando di accompagnarti con dolcezza lungo la tua infanzia e giovinezza.
    Solo questo so regalarti, sperando che un giorno il mio dono non sia troppo ingombrante per te e che tu diventi davvero un uomo libero. Ti amo, figlio mio.
    La tua mamma.

    Allattare informati: un dvd sull’allattamento

    2 novembre, 2010

    Quando Barbapapà mi ha scritto una mail in cui mi informava di avere fatto una donazione al MAMI, e di volere mettere in palio 5 dvd sull’allattamento al seno, io mi sono illuminata di immenso.

    Le mamme di Bravi bimbi hanno infatti la preziosa opportunità di ricevere gratis un DVD realizzato in Norvegia e tradotto e diffuso in Italia dal MAMI, che parla del latte materno, dell’allattamento al seno e del contatto precoce con il neonato. Se l’anno scorso, quando ero incinta di Pollicino, avessi ricevuto un regalo del genere, molti dubbi e tentennamenti non avrebbero preso il sopravvento!

    Ma io alla fine sono stata fortunata perché sostenuta da una consulente in allattamento al seno iscritta al MAMI, Monica Garraffa, e conosciuta qui su Bravibimbi, che non solo mi ha dato le informazioni corrette per riuscire ad allattare con successo, ma mi ha fatto conoscere la possibilità di diventare a mia volta mamma alla pari.

    Penso a tutte quelle mamme, la maggioranza, che non hanno avuto questa fortuna e che vivono l’allattamento come una corsa ad ostacoli: per tutte loro ricevere questo dvd sarà di grandissimo aiuto perché contiene le informazioni corrette sulla fisiologia dell’allattamento, su come risolvere eventuali problemi, e su come difendere il proprio diritto ad allattare in una società in cui è ancora il biberon e non il seno la normalità. Suddiviso in 33 capitoli (importanza per la madre, come allattare dopo un cesareo, segnali di fame, posizioni, capezzolo piatto o invertito, dotti ostruiti e mastite, due gemelli o più, il ritorno a lavoro, la spremitura e conservazione del latte materno sono solo alcuni dei sottotitoli) e con delle schede riassuntive alla fine di ogni sezione che chiariscono le informazioni più salienti, spiega in maniera chiara tutto quello che una mamma dovrebbe sapere sull’allattamento. Il video è stato tradotto da volontari (come tutto ciò che viene fatto dal MAMI) e per chi non lo vincesse ma volesse comunque acquistarlo, ha un prezzo accessibile. Acquistandolo, per sé o come utile regalo per una futura o neo mamma, si aiuta l’associazione a rientrare nelle spese di acquisizione dei diritti e del doppiaggio, e a finanziare altre spese che il MAMI sostiene nel suo lavoro.

    Il MAMI,l Movimento Allattamento Materno Italiano, è una onlus nata nel 1997 e fa parte della WABA (World Alliance for Breastfeeding Action: Alleanza Mondiale per interventi a favore dell’allattamento materno), un’alleanza globale di individui, reti ed organizzazioni che proteggono, promuovono e sostengono l’allattamento al seno, basata sulla Dichiarazione degli Innocenti e la Strategia Globale per l’Alimentazione dei Neonati e dei Bambini dell’OMS e dell’UNICEF. Cito spesso nei miei commenti qui su bravibimbi il MAMI quando si parla di problemi con l’allattamento, perché, tra tutte le sue attività, raccoglie e divulga le iniziative che promuovono, proteggono e sostengono l’allattamento al seno tramite un Calendario degli eventi e un elenco di Associazioni/Gruppi di Sostegno tra mamme presenti su tutto il territorio nazionale.

    Bravo Barbapapà per l’iniziativa!

    Per chi non mi conoscesse:
    Marika,

    mamma di Bravi bimbi da maggio 2009 e mamma alla pari in allattamento al seno da maggio 2010.

    STELLE DI LATTE

    31 ottobre, 2010

    Volevo comunicarvi un appuntamento al quale, se siete mamme in gravidanza e abitate nella zona di Palermo e dintorni, sono lieta di invitarvi:

    STELLE DI LATTE
    Dal mito vero ai “falsi miti”

    per mettersi in ascolto del proprio bambino
    e saperne di più sull’allattamento al seno

    Due incontri rivolti alle donne in gravidanza

    per un momento di confronto tra mamme, partner e familiari e per parlare anche
    di
    vantaggi per la madre e il bambino, un buon inizio, le poppate, i problemi,
    il ritorno al lavoro, se scegli di non allattare e tanto altro…

    Prenota la tua partecipazione gratuita telefonando al numero 3389799490

    Gli incontri (max 15 mamme) si terranno
    giovedì 18 novembre e giovedì 25 novembre 2010
    in Via delle Balate, 4 – Palermo dalle h. 15.30 alle 18.00

    e saranno condotti da
    Monica Garraffa e Marika Gallo, mamme alla pari
    con la partecipazione di
    Daniela Thomas

    La Biblioteca delle Balate, nel centro storico di Palermo, è un luogo dove bambini, ragazzi e adulti possono incontrarsi e fare esperienza di alcune cose inusitate in un quartiere in cui sono presenti e visibili numerose difficoltà sociali, economiche e culturali. Gli incontri fra donne, nell’esperienza delle operatrici, sono sempre stati una risorsa con importanti ricadute benefiche sullo sviluppo del quartiere e sulle relazioni fra pari e fra adulti e bambini.

    NutriCare

    27 ottobre, 2010

    Sabato 9 ottobre ho finalmente conosciuto di persona il pediatra col panama. Colui che, senza saperlo, mi è venuto in soccorso quando, da mamma cozza come sono, mi prese una settimana di depressione allorché la pediatra mi disse di iniziare a svezzare Pollicino a soli tre mesi ed io non mi sentivo pronta. Sono stata invitata infatti ad “un momento di riflessione e promozione dell’alimentazione complementare a richiesta (svezzamento) fino all’integrazione di una dieta familiare sana, in una discussione aperta fra genitori e operatori sanitari e LUCIO PIERMARINI”, autore di Io mi svezzo da solo, dialoghi sullo svezzamento, ed.Bonomi.

    NUTRICARE…IN ASCOLTO era il titolo dell’evento presentato e condotto dalla dott.ssa Donatella Natoli il cui sottotitolo recitava così:

    Ascoltare il proprio figlio, porlo a centro del sistema, amarlo nella propria individualità, prendersi cura di lui e conoscere i concetti elementari di una dieta corretta, incrementa la competenza genitoriale e la relazione tra bambino e la propria famiglia.

    Ora: lo svezzamento così come proposto dalla maggior parte dei pediatri funziona con l’introduzione graduale di un alimento per volta, per monitorare eventuali allergie con l’esito che il primo pasto diverso dal latte che si offre al piccolo è una zozza brodaglia che via via si fa meno brodosa ma sempre zozza rimane. In realtà diversi studi hanno mostrato che queste pratiche di svezzamento così medicalizzate sono legate ad antiche consuetudini che prevedevano un abbandono dell’alimentazione lattea già a 2/3 mesi, con la conseguenza che l’ovvia immaturità dell’apparato digerente del piccolo esigeva cautela nell’introduzione degli alimenti. Oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non cominciare mai lo svezzamento prima dei 6 mesi compiuti, poiché fino a quest’età il latte materno (o, quando non disponibile, il latte in formula) è l’alimento ottimale, in grado di soddisfare ogni esigenza del bambino. Più o meno intorno a questa età, è il bambino stesso a darci chiari segnali di essere pronto: sa sedere da solo con sicurezza e senza stancarsi, ha una migliore manualità, dimostra vivo interesse per il cibo dei genitori, ruba loro il cibo dal piatto, prova a masticare e magari ha già qualche dentino. Madre natura avrà previsto che tali abilità si acquisissero attorno ai sei mesi, e non prima per questo, no?

    Ed eccoci quindi giunti a quello che pediatri come Piermarini, che hanno seguito in trincea – leggasi nei consultori – le mamme e sanno quante difficoltà comporti lo svezzamento standard, suggeriscono tanto semplicemente quanto in maniera così rivoluzionaria, dati i tempi che corrono, in cui si va dal pediatra pure a chiedere se è meglio mettere la tuta gialla o quella blu al proprio bambino. Il suggerimento che ci dà Piermarini in effetti è fin troppo moderno nella sua antichità: Imparare a mangiare sano e vario in famiglia, lasciare fare al bambino ed aver fiducia in lui. Fregarsene di ricette, ricettine e dosi, non cucinare a parte per il bambino, offrirgli quello verso cui mostra interesse, darglielo solo finché ne ha voglia, senza mai forzarlo. E se mangia pochissimo? Semplicemente, integrare con il latte: pian piano sarà il bimbo stesso a chiedere meno poppa e più pappa.

    Sempre l’OMS, poi, ci ricorda che anche con l’introduzione di alimenti complementari (che è un modo più esatto di definire lo “svezzamento”), il latte rimane fino all’anno di vita la fonte principale di alimentazione del bambino, e che fino a due anni è consigliabile mantenere un paio di poppate al giorno, per esempio quella prima di dormire.

    Analizziamo la parola “svezzamento“. Una definizione comune è “passaggio graduale dal latte alle pappe”. Eppure, in sé, è un termine molto generico: svezzarsi è sinonimo di disabituarsi così come avvezzarsi lo è di abituarsi. Ci si può svezzare dunque anche dal fumo, dal farsi le canne o dallo stare tutto il giorno su facebook. Si dice che “vezzo” e “vizio” sono due allotropi di VITIUM, cioè sono due forme che hanno avuto una diversa derivazione dallo stesso termine di partenza: l’una, “vizio”, dotta; l’altra, ”vezzo” popolare. Eppure per una di quelle incoerenze tipiche delle lingue vive, è “vezzo” a sembrare la parola più ricercata. Ovvero se “vizio” ha un’accezione negativa, di qualcosa che fa male alla salute, tipo fumare, “vezzo” è sì più affettuoso, ma sottointende un senso di superfluità. Il vezzo è un gesto carino ma non necessario. Di qui i vari “Oh, ma lo allatti di nuovo? Ha appena finito!” “Ma sta sempre attaccato!”, di chi poi confessa candidamente di avere allattato a suo tempo non più di un mesetto, dopodiché il latte è finito, ignorando che ciò è impossibile se si offre il seno al bambino ogni volta che lo richiede, specie i primi tempi, perché è lui a stimolare la produzione dell’esatta quantità di latte di cui ha bisogno.

    Per le ragioni esposte, Lucio Piermarini (e non solo lui), fautore dello svezzamento “naturale”, preferisce l’espressione “alimentazione complementare a richiesta”, che se è priva dell’incisività di un unico termine, è però più esatta e fa il paio con “allattamento a richiesta”, di cui è la naturale conseguenza e integrazione. Si può chiamare questo metodo (che poi in realtà è un anti-metodo) autosvezzamento. C’è da dire che l’autosvezzamento così come proposto da Piermarini è una versione un po’ più soft di quello che negli Stati Uniti viene definito Baby Led Weaning: Piermarini dice di sminuzzare più o meno, in relazione all’abilità e al numero di denti del piccolo, il boccone verso cui questi mostra interesse, mentre il BLW prevede che si lasci mangiare il bambino con le mani, senza sminuzzargli i bocconi, per permettergli di sperimentare fin da subito forme e consistenza dei cibi, lasciandogli piena autonomia nella gestione del suo proprio cammino alla scoperta dell’alimentazione adulta.

    Come sapete, io da quando Pollicino aveva sette mesi pratico l’alimentazione complementare a richiesta. A undici mesi compiuti ieri mangia con le sue mani:

    pochissimi pezzetti di frutta (cinque acini d’uva, mezza mela o mezza pera, mezza fetta di melone o un quarto di banana, due o tre spicchi di arancia) suddivisi tra colazione, pranzo, merenda e cena.

    pezzi di pane rimacinato che strappa e ingerisce (in totale durante l’arco della giornata circa un bocconcino di 50 gr)

    cinque o sei pezzi di pasta asciutta (rigatoni, penne, caserecce) una ad una condita come la mangiamo noi

    ortaggi cotti (una cima di broccolo, mezza patata bollita, un ciuffetto di spinaci…)

    prosciutto o pollo o carne o pesce o frittata non fritta a pezzetti (non più di 30 gr)

    scaglie di parmigiano e ogni tanto non più di 3 o 4 cucchiaini di yogurt o formaggio cremoso.

    Non mi permette più di imboccarlo e rifiuta tutto ciò che è passato, brodoso e “per bambini”.

    Il 70%(a volte anche il 95%) della sua alimentazione è ancora costituito dal mio latte.

    Matteo da quattro mesi mangia cibo vero, e non omogeneizzati, mangia di tutto e da solo e rifiuta le pappine. Preferisce mangiare con le sue mani che essere imboccato e, cosa più importante, sta mangiando le quantità di cibo di cui ha bisogno, non di più, il resto delle energie gliele fornisce il mio latte, perché l’obiettivo principale dell’alimentazione complementare a richiesta è che i bambini si abituino davvero gradualmente al cibo di famiglia. Ho scritto in corsivo la parola gradualmente perché sostituire in blocco il 25% del latte a mezzo giorno con una pappa di crema di riso e acqua sporcata con carota e patata è quanto di meno graduale i pediatri possano prescrivere.

    ” Il bambino che mangia mezzo rigatone con le sue mani ed è felice e contento delle sue conquiste, ha fatto un passo importante nella giusta direzione; in qualche mese mangerà 10 rigatoni, in qualche anno un piatto intero. Invece, quello che mangia una pappa intera di nove cereali ma solo se è la mamma a imboccarlo insistendo e cercando di distrarlo, non ha fatto neanche un passo. Non sta imparando a mangiare da solo, né a masticare, né a godersi il cibo, né a mangiare quello che mangiano gli adulti (noi non mangiamo di certo nove cereali). Ed inoltre, mangiando grandi quantità di cereali o di omogeneizzati di frutta o di carne, o di qualsiasi altra cosa, sta mangiando meno latte, e questo non va bene per il suo nutrimento perché il latte materno è molto più sano di qualsiasi altro nutrimento col quale lo si vuole sostituire” (citazione libera da Un dono per tutta la vita, C. Gonzales).

    Grazie Dott. Piermarini per la sua attività, le sue ricerche, i suoi articoli e il suo divertente libro.

    Tornerò…

    13 ottobre, 2010

    …per raccontarvi dell’incontro con Lucio Piermarini di sabato 9 ottobre sull’alimentazione complementare a richiesta e per condividere con voi le mie letture sul maternage e sul metodo Montessori.

    Tornerò per descrivervi la mia grata commoozione la prima volta che il mio Pollicino temerario si è lanciato a camminare da solo per poi tornare a preferire il gattonamento quale mezzo di locomozione più consono a un cucciolo di mammifero quasi bipede.

    Per raccontarvi la mia profonda ansia di fronte alla prima volta che il Pollicino mio adorato ha avuto la febbre alta, che ha tutt’ora da due giorni e della prima notte che ha fatto da solo in cameretta come un bimbo grande, in cui io e suo padre però non abbiamo dormito a saperlo di là da solo e ci siamo ripromessi di non “esiliarlo” più dal nostro lettone perché ci mancava troppo…

    Torneranno anche le vecchie pagine, quelle che per adesso non vedete più.

    Ma vi spiegherò tutto per bene mano mano, adesso corro dal mio amore che ha la febbre alta e combatte come un guerriero contro le placche alla gola…

    Mi siete mancati.
    Marika
    :-)

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