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“La fame dell’amore e della presenza materna è non meno grande della fame di cibo”

1 giugno 2010 · scritto da

Non so se sapete che oltre a scrivere su Bravibimbi ho un blog privato:

http://inviaggioconpollicino.blogspot.com/

dove posto pressappoco gli stessi articoli. Ebbene, stamattina ho ricevuto questo commento al mio articolo di ieri.

Ciao! Ci siamo conosciute al corso di preparazione al parto e in una delle tue mail avevi mandato l’indirizzo di questo blog, così ogni tanto sono passata e ho letto alcuni tuoi post, con l’intenzione di lasciarti un messaggio. E finalmente oggi l’intenzione riesce a trasformarsi in azione :) Il tuo diario è molto ricco di emozioni, informazioni, curiosità e di pensieri positivi. Ho particolarmente gradito i post “quel bambino immaginato” e “parola di pollicino” :) E ho notato che ti piace sperimentare: l’uso della fascia al posto del trio spaziale (navetta, ovetto, passeggino), le tecniche dall’elimination comunication, la ricerca di prodotti biologici e la simpatia per la Hipp. Insomma, apprezzo e condivido il tuo atteggiamento critico nei confronti di ciò che il mondo globalizzato ci propone o impone. E mi piace pure l’impegno per sostenere le donne che scelgono l’allattamento al seno. Anche io ritengo che questo tipo di esperienza sia esclusiva, non solo per le caratteristiche nutrizionali del latte materno ma anche per gli aspetti affettivi e relazionali. Tuttavia, proprio questa duplice natura – nutrizionale e affettiva – dell’allattamento al seno mi porta a fare una considerazione. Sotto l’aspetto nutritivo, il latte artificiale è sempre un ripiego (ad oggi non c’è una “formula” che renda il latte artificiale uguale a quello materno). Il latte artificiale è quindi sempre un ripiego! Sul versante affettivo-relazionale, invece, il latte artificiale può essere una valida alternativa nei casi in cui l’allattamento al seno rischi di trasformarsi in un’esperienza frustrante e/o stressante. Escludendo il fatto che ci siano donne che non hanno latte e che tutte (o quasi) possono allattare, ci sono molti motivi (personali, familiari, sociali) per cui un’esperienza potenzialmente positiva può diventare molto, troppo impegnativa sino ad essere insostenibile. In questi casi, insistere con l’allattamento al seno significherebbe fare prevalere l’aspetto nutrizionale su quello affettivo, rischiando di compromettere la qualità del processo di costruzione delle relazioni di attaccamento (vedi lo sfondo teorico sul sito “psicologia perinatale” che hai inserito tra i tuoi link preferiti). E quest’ultimo aspetto è mooolto più importante di quello nutritivo: “nel bambino la fame dell’amore e della presenza materna è non meno grande della fame di cibo” (Bowlby, 1951). Insomma, il bambini hanno bisogno di sentirsi protetti e di essere accuditi da persone affettivamente presenti, a prescindere dal fatto che il latte arrivi dal seno o dal biberon. Dunque, l’allattamento al seno è preferibile, ma se l’allattamento artificiale può aiutare le donne a trovare un buon equilibrio con se stesse, con il bambino e con le altre figure significative… perché no?
Mi pare di essermi dilungata, ops!
Vabbè, così ho compensato il silenzio dei mesi precedenti!
Un sorriso
Rosanna e Raffaele

Inutile dire che cade a fagiolo rispetto all’argomento di cui volevo parlare oggi, ma siccome sto preparando i bagagli per la Svezia, mi limito a gettare un amo e copincollarvi un altro articolo molto ben fatto di una consulente in allattamento che conosco solo via web. A Rosanna dico che ha perfettamente ragione e che concordo col suo pensiero. Come mamma io non dimentico che per certe madri con certe situazioni quello che per me è stupendo o magico può diventare insostenibile, dal punto di vista fisico o emotivo e che probabilmente chi non allatta al seno avrà bisogno di molto più sostegno. Spesso le madri che non ce la fanno o scelgono di non allattare non sono sostenute da nessuno e sono quelle che ne hanno veramente bisogno perché tutto grava sempre e solo sulle mamme, e tutti intorno, dai familiari allo Stato, anziché offrire aiuto concreto e informazioni corrette sanno fare solo demagogia riempendoci di discorsi ipocriti ma non sostenendo nella pratica chi vuole allattare.

Vi saluto dunque con questo articolo di Antonella Sagone dal titolo

Ma è così impegnativo allattare?

Spesso nel parlare di allattamento al seno si fa un quadro idilliaco e lontano dalla realtà, in cui la mamma che allatta viene rappresentata come una cornucopia di abbondanza, e l’accudimento del neonato viene ridotto a uno scarno schemino di poppate e sonnellini, con qualche cambio di pannolino che può essere delegato magari al papà. Uno studio effettuato intervistando coppie di genitori in attesa ha mostrato che la loro idea di una giornata con un neonato rappresentava lunghi periodi in cui il bambino semplicemente dormiva, e pochi brevi periodi di poppate ben distanziate fra loro.
La realtà è molto differente: i piccoli dell’uomo sono del tipo a “contatto continuo”, e cercano ininterrottamente il seno, il latte, le braccia materne; anche se possono più o meno bene adattarsi anche a situazioni innaturali come il dormire in una culletta o il ciucciare un oggetto di gomma invece del morbido seno della mamma che dà il latte.

Questa enorme discrepanza fra immagine mitica e realtà ha creato per reazione la percezione dell’allattamento al seno come un grosso sacrificio, un periodo durissimo fatto di privazioni, rinunce, fatiche inenarrabili, notti insonni, vite sconvolte e fuori controllo.

È anche vero che molti allattamenti, nella nostra società così poco attenta a proteggere e sostenere la nutrice e il lattante, sono nelle prime settimane costellate di difficoltà reali o presunte: pessimi inizi in ospedale, interferenze, bambini che non sanno più come si poppa al seno, allattamenti troppo poco frequenti o poppate troppo brevi per stimolare adeguatamente la produzione e drenare bene il seno, e poi la sequela di disavventure (ingorghi, ragadi, cali di produzione) e di aggeggi più o meno opportuni (biberon, disinfettanti per capezzoli, paracapezzoli, bilance, orologi…) fino ad arrivare ai divieti assurdi che rendono la vita della nutrice un rosario di privazioni, con i divieti a mangiare questo o quello, le difficoltà ad uscire col bambino dentro le ingombranti carrozzine, i (per fortuna rari) episodi di intolleranza verso chi allatta in pubblico, le astruse regole da rispettare sul dove e quando mettere a nanna il bambino “per insegnargli a dormire bene”, che di fatto costringono la mamma a interi mesi di clausura… tutti questi sacrifici non sono causati dall’allattamento, ma da come questo viene effettuato o considerato nella nostra società.

Ci sono allattamenti faticosi e durissimi all’inizio, ma per cattive partenze e difficoltà da superare: ma non è affatto scontato che l’allattamento sia costellato di guai.
Ci sono poi allattamenti che vanno bene, il che significa, per i primi mesi almeno, avere un bambino che poppa apparentemente in modo quasi ininterrotto, che interrompe il tuo sonno per poppare 2, 3 o più volte a notte, che necessita di tempo per essere accudito, allattato, lavato, cambiato, portato in braccio, trastullato, tempo, tempo, tempo… per non parlare del tempo impiegato in altre attività collaterali, come fare la spesa andando a comprare pannolini (se li si usa), vestitini, libri di puericultura, visite dal pediatra, eccetera…
Anche quando le cose “filano lisce”, insomma, è indubbio che per molti genitori l’arrivo del bambino in casa sia un terremoto che mette tutto sottosopra e lascia disorientati e stravolti. “Possibile che non faccia che poppare? Ma non dovrebbe dormire adesso? Perché piange, dove ho sbagliato? Perché non cresce secondo le curve? Quando riprenderò fiato?”

Ma una buona quota dello stress, senso di sopraffazione, frustrazione e ansia che si prova è causato dal fatto che ci aspettiamo una situazione così lontana dal vero. Alcune frasi fatte ci riecheggiano nella mente e ci portano fuori strada:
“È un bravo bambino? Dorme le sette ore canoniche?” – Ma canoniche per chi? Non per un neonato né, spesso, per un lattante più grande! La cosa normale nei bambini di pochi mesi o anni è che la notte si svegliano e, per riaddormentarsi, vogliono la mamma.
“Si è già regolarizzato?” – Ci aspettiamo che si attacchi al seno in momenti ben definiti, distanziati fra loro in modo regolare: ma non lo facciamo nemmeno noi! I nostri ritmi nel metterci in bocca qualcosa (che sia un pranzo abbondante o un bicchier d’acqua, un caffè, una caramella, una pizza, una sigaretta, un gelato) sono del tutto irregolari nella durata e nell’intervallo: perché un esserino di poche settimane (e con lo stomaco non più grande del suo pugno) dovrebbe fare qualcosa di diverso?
“Ha imparato a staccarsi un po’ da te?” – Quando ci innamoriamo, vorremmo mai stare lontani dalla persona amata? O non cerchiamo in tutti i modi il contatto, i suoi abbracci, o almeno di telefonargli, mandargli i messaggini? E perché mai il neonato, per il quale la mamma è tutto il mondo, dovrebbe invece farsi “scaricare” senza proteste né ansie, in un’età nella quale non sa nemmeno comprendere e misurare il tempo che lo separa dal suo ritorno?

Queste osservazioni altrui, questi continui richiami a standard irreali, ci disorientano e ci riempiono di dubbi quando stiamo di fronte al bambino reale. Insomma, è ciò che ci aspettiamo a darci la maggiore fregatura e a farci sentire tradite, inadeguate, a metterci in allarme – quando invece siamo in piena normalità.

Certo, poi ci sono bambini facili e bambini difficili: quelli che non si accontentano della tetta, ma che vogliono risposte sofisticate, e che comunque non trovano pace se non per brevi istanti… ma anche con loro, quanti problemi in più ci facciamo, oltre all’impegno puro e semplice di prenderci cura di loro! Molto spesso è proprio lo sforzo di resistere alla soluzione più semplice – seguire i segnali del bambino e i nostri istinti, seguire i bisogni, ciò che ci è più facile e che ci fa stare meglio – a risucchiarci la maggior parte delle energie e a farci sentire così stanche e disperate.
A volte solo col secondo o terzo bambino l’allattamento si gode veramente, semplicemente perché si è imparato a non avere aspettative, a non voler prendere il controllo della situazione, e finalmente si lascia che le cose vadano come vadano… si ha allora tempo per godersi il bambino, i suoi sguardi, le sue tenerezze, il calore del suo corpo, il peso del suo abbandono quando ci crolla addormentato addosso con capezzolo che sfugge dalle labbra socchiuse, il respiro regolare, le guance arrossate – e allora chissenefrega del mal di schiena o del fatto che ancora non abbiamo trovato il tempo per lavarci i denti…

Questo “tour de force” non è per sempre. È un tempo talmente breve! Un attimo, e già sono alla materna; due attimi e già tua figlia diventa donna, tuo figlio ti chiede in prestito la macchina…
Quel problema che ora ci sembra così grosso (non riuscire ad insegnargli a dormire tutta la notte, a fargli finire tutta la pappa, a capire perché stanotte piangeva) quanto sarà importante fra una settimana, due mesi o tre anni? Cosa ci resterà dentro, alla fine, di questo periodo, i nostri struggimenti, o la tenerezza degli abbracci? E allora, cosa vogliamo che ci sia di più?
Se si sceglie di considerare questo periodo di simbiosi come un’esperienza da assaporare, mollando tutti gli ormeggi e lasciando che la corrente ci porti, che cosa piacevole può essere! Nonostante la fatica fisica pura e semplice del tenere addosso il peso di un bambino per tanto tempo, e i sonni interrotti…

No, non è quello che ci esaurisce fisicamente e psichicamente. Sono le aspettative fasulle su come dovrebbe poppare, dormire, crescer un bambino che ci fanno sentire stanche, inadeguate, angosciate. Quante energie consumate invano cercando di far rientrare a forza il nostro inimitabile bambino, il nostro allattamento, noi stesse in uno schema che, oltre ad essere del tutto irrealistico, soprattutto non è il nostro ma è calato dall’esterno, da questa cultura fatta di orologi, bilance, biberon, tabelle, manuali che ti descrivono persino in che modo devi cullare tuo figlio! Quanto tempo buttato via a cercare di indovinare i ritmi del bambino (che non esistono), a prevenire catastrofi del tutto teoriche, a strappare qualche minuto in più di sonno, qualche grammo in più alla bilancia, qualche secondo in meno al seno, qualche istante in più senza il bambino addosso!

Se si pensa che tutti, prima o poi, cresceranno, saranno autonomi, avranno i loro orari, mangeranno a tavola con noi, andranno in bagno da soli, si vestiranno da sé e sapranno chiederci a parole quello che desiderano, chiediamoci: valeva la pena di darsi tanto da fare a cercare di controllare e modellare queste fugaci prime settimane con il nostro cucciolo, che in fondo non chiede altro che di stare con noi?

Diamoci il permesso di lasciarci andare al caos, all’intensità emotiva e alla dolcezza, ora aspra, ora tenera, di questi primi tempi della vita del nostro bambino: scopriremo che la vita può essere molto più semplice, che le cose veramente importanti sono molto poche e che su tutto il resto possiamo semplicemente scegliere di lasciare che le cose si assestino nel modo che ci fa stare più bene e che ci è più comodo, al di là di ciò che si dice sia giusto o normale fare. Se quando i nostri figli saranno grandi non ricorderemo certo le pesate settimanali o gli orari di sonno, bensì soprattutto gli abbracci, la tenerezza, le risate, le poppate, allora è bello sapere che possiamo, da subito, fare in modo che di quei ricordi ce ne siano tanti.
di Antonella Sagone








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Commenti a questo post

5 commenti a ““La fame dell’amore e della presenza materna è non meno grande della fame di cibo””

  1. barbapapa ha scritto il 2 giugno 2010 alle ore 9:53 pm

    Continuo a sposare quello che scrivi ma temo sempre che chi non allatti al seno venga additata come “madre cattiva”.
    E’ un po’ come se si creassero degli schieramenti. No?

  2. Marika ha scritto il 7 giugno 2010 alle ore 10:21 am

    E’ triste pensare che quello che scrivo dia fastidio a chi non allatta e crei degli schieramenti, ma se è questo il sentire comune, aggiusterò un po’ il tiro.
    Baci

  3. barbapapa ha scritto il 7 giugno 2010 alle ore 12:13 pm

    ma no! vedi come hai reagito però?
    Credo che sia normale: chi la pensa in un modo tende a comportarsi in un certo modo. Una sorta di “Ho ragione io, sbagli tu”.
    Non è certamente questo che si evince dai tuoi post, sia ben chiaro.
    Alcune parole però, lo avrai intuito leggendo i commenti di altre mamme ai tuoi post, suonano come macigni. Ad esempio, una semplice frase: “il latte artificiale è sempre un ripiego…” può far male a chi sta nutrendo così il proprio figlio.
    Oh, poi, è un pensiero tutto mio eh!

  4. Marika ha scritto il 7 giugno 2010 alle ore 12:23 pm

    “il latte artificiale è sempre un ripiego…” non l’ho scritto io, ma un’altra mamma che mi ha commentata sul mio blog ;-) !!!
    Cmq dài, non vorrei sembrare troppo pedante, accetto a piene mani il tuo come altri appunti, perché contrariamente a quello che si può pensare sono una persona a cui piace mettersi sempre in discussione e che accetta le critiche come occasioni per migliorarsi. A volte l’eccesso di entusiasmo per una cosa può portare a fare degli errori, mi scuso con chi si è sentito urtato nella propria sensibilità.

  5. barbapapa ha scritto il 15 giugno 2010 alle ore 12:34 pm

    scusa, vado un po’ off topic ma… la Svezia! Ci devi raccontare ancora delle Svezia! :-)

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